Nicolai Gedda, ossia l'eleganza del "Grand Seigneur". Di Gianni Gori

L’11 luglio compie 90 anni il grande tenore svedese, che ha lasciato un’impronta indelebile, per stile, tecnica e fraseggio, su un repertorio di ampiezza ineguagliata e forse ineguagliabile.

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Francesco Giuseppe in ammanto romano-imperiale e Sissi di stelle coronata nella nuvola di tulle dell’abito fastoso assistono dai grandi quadri di Hans Temple e Albert Ritzberger, convitati d’onore della serata nella sala del Lloyd Triestino (ovvero austriaco). E in prima fila, accanto al barone de Banfield (figlio dell’intrepido aviatore austroungarico) palpita di tenerezza la grazia quasi ottuagenaria di Marta Eggerth, la diva dall’incarnato di cera e dalla voce d’angelo dei film di von Bolváry, Zelnik, Willi Forst, Carmine Gallone, vedova del tenore-charmeur polacco Jan Kiepura.
Questo «capriccio» generazionale datato Trieste 1989 è la cornice di un concerto inserito in una nicchia dell’allora glorioso Festival dell’Operetta. Sul palco, nell’impeccabile smoking bianco, l’icona musicale di una mitteleuropa diffusa, Nicolai Gedda: quasi mezzo secolo di carriera portato con aristocratica disinvoltura.
È cominciato così, tardi, quando cala il vespero anche sulle voci solari, l’incontro con Gedda.
Nella saletta del Lloyd, adibita a camerino, avrei avuto una caterva di domande da rivolgergli. Ma il tempo correva. Bastava appena per chiedergli di quella stagione giovanile nella Londra che aveva miscelato (come per la Schwarzkopf) essenze sonore estratte dalle ampolle più antiche e riposte: il violinismo di Kreisler, la mozartiana arcata di John McCormack cara a Joyce, la delicata emissione della mezzavoce appoggiata sulle consonanti come faceva Tauber con timbro meno bello. Ma soprattutto la flessuosità cangiante sulla prosodia delle varie lingue: svedese, francese, russo, italiano, tedesco.
Uno dei luoghi comuni più diffusi anche fra i cultori delle specie vocali è la presunta freddezza, l’algida bellezza di Nicolai Gedda.
Limite che di solito viene attribuito semplicisticamente alla «spie che vengono dal freddo» ovvero ai cantanti del nord. Sorte emblematica quella di Jussi Björling. Cosa vuol dire «freddo»? Anche Cristiano Ronaldo può definirsi freddo: ma chi non vorrebbe in squadra una statua di ghiaccio come lui?
È vero però che quello che molti definiscono, nel Gedda di un certo repertorio, freddezza, è il risultato di un maniacale controllo del suono e dello stile che lo portava inconsapevolmente a levigature manieristiche come di uno scultore alla Jean Goujon che passasse un’ulteriore mano di lima alle sue Veneri.
La riserva si accentra sul repertorio italiano, e in parte francese, ma io non saprei trovare molto di meglio, per esempio, del duetto della Butterfly con la Callas, o del finale di Werther con Victoria de Los Angeles, una che molti tratti stilistici condivide col tenore svedese. A proposito del quale andrebbe rivisto al rialzo il partneriato con la Callas, (rispetto ai Del Monaco, Di Stefano, Corelli) ove si considerino le storiche esperienze del 1954/55 con Gavazzeni e Karajan. Anche il buon Angelo Sguerzi, tanto sensibile nelle sue sintesi sulle «stirpi canore» condivide la riserva sulla vocalità «algida» dello Svedese, legata alla immacolata cultura mozartiana di base.
In parte è così se s’intende un Mozart plasticamente virile, nell’impeccabile misura stilistica che Gedda fa emergere per esempio in Don Giovanni. «Il mio tesoro intanto» è un modello formale, ma denso di calore nella bellezza del legato, che si ritrova (tanto per alludere ad una delle sue frequentazioni del repertorio italiano) nell’«Ingemisco» del Requiem verdiano.
Non sembri una capziosa bizzarria della memoria, ma il legato di Gedda mi rimanda al laboratorio vocale di Walter Legge, il quale nelle sue masterclass (accanto alla consorte) imponeva non a caso come brano d’obbligo un Lied di Schubert, Nacht und Träume, che concentra nel microcosmo lirico tutte le difficoltà del «bel cantare» lirico; Lied che ovviamente Gedda cantava mirabilmente.
Vado per frammenti di memoria, perché ripercorrere tutta l’esperienza interpretativa di Gedda è come tentare di rivisitare quella di Domingo, longeva, onnivora e non meno multiculturale.
Tuttavia la voce del tenore svedese ha un punto focale rimasto nitido nel tempo: non tanto lo squillo adamantino e spesso trascendentale, non quello staccato per esempio nei Puritani o del Guglielmo Tell o del «tenore italiano» nel Rosenkavalier con Karajan, quanto la lucentezza che disvela nuclei segreti di emozione (Manon o Roméo et Juliette), lo smalto che pare raggiante di ebbrezza, la tecnica e il senso sovrano del fraseggio, l’appoggio «tauberiano» sulle consonanti. Valori che Gedda adatta mirabilmente alla misura stilistica di tutto l’arco storico del suo repertorio: da Bach a Bernstein, dal Messiah di Händel alle opere contemporanee, dal Lied romantico a certe sbalorditive canzoni russe intonate con il coro e orchestre di balalaike.
Ma è soprattutto il canto elegiaco che fissa come in un ritratto la classe di Nicolai Gedda, l’eleganza del grand seigneur in cui musicalità e parola si fondono in un unicum stilistico quasi sempre perfetto: l’elegia memorabile che ha il modello nel suo Lenski dell’Onegin. Ed è singolare come la sua tinta elegiaca (accanto alla felice luminosità del canto) si insinui nel repertorio della Leggerezza: un repertorio che lo accompagnato dalla giovinezza alla vecchiaia, che ne fa l’artista in cui il crepuscolo è insieme emozionante presagio e memoria del passato.
C’è un filo di nobiltà che lega, in Gedda, la grande forma classica alla piccola forma della Leggerezza: che di una canzone di Robert Stolz come «Das Lied ist aus» (al di là delle suggestioni di metafora nel titolo «la canzone è finita») fa un modello di eleganza nel quale trascorre il riflesso di una civiltà.
E allora torniamo a quella estate triestina del 1989. Nel programma impaginato con la pianista slovena Nataša Kersevan, da Bellini alla rossiniana «Chanson du bébé», Gedda ha inserito come commiato una pagina dall’operetta di Lehár Paganini «Gern hab ich die Frau’n geküsst» (nella versione italiana «Se le donne vo’ baciar»). È uno dei Tauberlied più celebri. Un Allegretto moderato di seduzione su una melodia in pianissimo nella quale il tenore gioca tutte le strategie dinamiche. Quella sera Nicolai Gedda la intona con una squisitezza che va subito al di là della galanteria e della Sehnsucht viennese. C’è nella sua voce e nella sua mezzavoce sul si bemolle di «Küss sie nur», che par galleggiare nell’aria, un senso struggente di commiato al tramonto. È come se in questo Lied si riflettesse la nostalgia della giovinezza (e per Gedda era proprio la giovinezza nel segno della grande operetta leháriana nelle memorabili incisioni londinesi con Otto Ackermann) e l’ultimo riverbero del «mondo di ieri». Emozionante omaggio a Marta Eggerth, che, quella sera, applaude fra le lacrime.
È un parziale, incompleto ricordo, questo, offerto al novantesimo compleanno del grande artista: un piccolo ricordo, certo, ma la memoria coglie a volte -- come il compendio di un mondo e di una vita -- la felicità delle piccole cose.


Nicolai Gedda: le incisioni imperdibili

Nella dismisura e nella varietà sconfinata della quarantennale discografia di Gedda, scegliere una «rosa» di memorabilia è impresa davvero ardua.
Dovendo indicare (affidandomi al gusto personale) momenti che più mi sono cari fra le registrazioni lasciate dal tenore (pochi momenti sufficienti ad inquadrare la classe e le peculiarità dell’artista) azzarderei la scelta seguente, che dedico a quanti hanno spesso messo in discussione, non l’intelligenza musicale, ma i limiti di fantasia di Nicolai Gedda.
E allora sull’isola deserta porterei, come bagaglio minimo:
Hector Berlioz, Benvenuto Cellini (1972): monumentale edizione diretta da Colin Davis e dominata dalla personalità e dalla fantasia (pur nel rigore stilistico) di Gedda.
Jules Massenet, Manon (1970), direttore Julius Rudel con Beverly Sills: capolavoro forse insuperato nella configurazione di un Des Grieux di raro smalto vocale e intensità espressiva.
E poi…l’imbarazzo della scelta. Ma non dimenticherei due gioielli della lirica leggera che hanno in Gedda uno chevalier di straordinaria, seducente bellezza:
Johann Strauss, Eine Nacht in Venedig (1954) con la Schwarzkopf e Ackermann sul podio della Philharmonia Orchestra.
E, quindici anni dopo (1969), la splendida edizione diretta da Willy Mattes di
Der Graf von Luxemburg di Franz Lehár, modello di mobilissimo charme vocale, con una incantevole partner: Lucia Popp.
Ma mi dispiacerebbe molto lasciare la smagliante interpretazione «danubiana» di un altro Conte, quello della Gräfin Mariza di Imre Kálmán con la deliziosa Anneliese Rothenberger (la romanza di Tassilo «Grüß mir die süßen, die reizenden Frauen» è un cammeo prezioso ed esemplare nella libertà appassionata dell’arcata).
Infine, nelle piccole cose di ottimo gusto, certi Lieder che Nicolai Gedda cesella con gusto squisito, comprese le melodie russe, riprese nel ’71 a Londra in un concerto memorabile: repertorio in cui il tenore dispiega mezzevoci e soavità quasi in uno stato di gioiosa trance. Basta ascoltare per esempio «La piccola campana squilla monotona» (1959) su un impalpabile pedale del coro maschile.

Source www.rivistamusica.com · Date July, 2015