La "cura Fuortes" per l'Opera di Roma. Di Giuseppe Pennisi

Il rilancio del teatro capitolino, dal traumatico abbandono da parte di Muti alla nomina di Carlo Fuortes, che ci espone i primi risultati della azione di risanamento.

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Created by Rivista MUSICA · Interview

L’opera è morta proprio nel Paese deve è nata? L’8 maggio il settimanale Newsweek lanciava l’allarme con un servizio il cui titolo induceva a pensare che tutti i maggiori teatri lirici italiani fossero chiusi o stessero sul punto di chiudere. Anche se una lettura attenta dell’articolo dimostrava che il servizio della giornalista Elisabeth Braw riguardava unicamente le traversie del Teatro Lirico di Cagliari, non si trattava certo di un buon modo per incoraggiare le migliaia di stranieri che vengono in Italia con l’aspettativa di godersi, tra l’altro, serate all’opera. Si tratta, però, di un’impressione diffusa, anche se falsata: circa tre anni fa, ad esempio, una rivista tedesca di settore, Max Joseph di Monaco di Baviera, mi invitò a scrivere un breve saggio sul perché in Italia l’opera non è più la vox populi, come lo era al tempo di Verdi, di cui si celebrava il centenario dalla nascita. Senza dubbio, nel ventunesimo secolo non c’è solo o principalmente l’opera come strumento per fare sentire la vox populi. Tuttavia, per citare il titolo del libro di Alberto Mattioli, ancora oggi l’opera può «cambiare la vita», specialmente se si impara ad apprezzarla sin da giovani. La prima volta che misi piede in un teatro d’opera fu a Roma nel 1954 (avevo 12 anni) per Der Fliegende Holländer di Wagner, allora ancora chiamato Il Vascello Fantasma (secondo una prassi francese) e rappresentato in tre atti (non, secondo l’intenzione dell’autore, senza intervalli): dirigeva Karl Böhm. Un allestimento tradizionale di Camillo Parravicini. Cantavano Leonie Rysanek, Ludwig Weber e Hans Hopf. Non c’erano sovratitoli, ma compresi ogni accento e ne restai incantato. Da allora l’opera in generale, non solo quella di Wagner, diventò parte della mia vita e sono riuscito a vedere e gustare spettacoli lirici in quasi tutta la cinquantina di Paesi in cui il lavoro, prima con la Banca mondiale e poi con agenzie specializzate, nella Nazioni Unite mi ha portato. Nel mio cuore, però, è sempre rimasto il Costanzi, detto anche il «Costanzone», come lo chiamavamo noi giovani melomani degli anni cinquanta e sessanta. Per questo è stato un piacere parlare con il Sovrintendente Carlo Fuortes, che ha il delicato incarico di portare il teatro su un sentiero di crescita, dopo un periodo travagliato. Fuortes è, come me, un economista melomane e, quindi, la nostra conversazione è stata particolarmente schietta.

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Date July, 2015