Da non perdere - “Tristan und Isolde” al Teatro Verdi di Trieste

Acclamati il maestro Franklin e il cast

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Created by Dejan Bozovic · Review

Fino a sabato 15 aprile rimane in scena del Teatro Verdi di Trieste un allestimento di “Tristan und Isolde” che fa riflettere, che altrettanto sa commuovere, rapire e trascendere nella sostanza metafisica del capolavoro assoluto.
Il tempio lirico giuliano ha i legami storici con il dramma musicale e richiamando alla memoria le ultime (purtroppo, sempre più rare) rappresentazioni wagneriane, il bilancio si rivela del tutto allettante. Forse, però, negli ultimi decenni, un simile equilibrio tra l'impatto emotivo e quello poetico-filosofico non è stato conseguito con la compiutezza determinata dalla bacchetta di Christopher Franklin. Il maestro si abbandona con dottrina e con anima alla sublime partitura, raccogliendone i molteplici fili in un'unica trama cangiante, pulsante, a momenti deflagrante, eppure sempre solida, compatta, priva di sfaldature e benché minime crepe.
Esemplare è la sua attenzione ai cantanti nonché la sicurezza nel coordinare il golfo mistico e il palcoscenico, in cui si distingue l'Isolde di Allison Oakes, vocalmente possente e risoluta come una macchina da guerra, ma altrettanto sensibile ad ogni sfumatura, sinuosa e genuina, la regina offesa, la donna innamorata, la guaritrice il cui sguardo varca le soglie dell'ultraterreno. Un perpetuo e crescente brivido è il grande duetto nel secondo atto, grazie, evidentemente, anche al sentito e raffinato canto del Tristan di Bryan Register, il quale risulta eroico e incondizionatamente arreso all'assolutezza dell'amore senza essere squillante né ridondante. Di bel timbro e ben controllata, la sua voce si arrende consapevolmente all'eros e al thanatos.
Splendido e toccante fluisce il lungo, importantissimo monologo del Re Marke interpretato da Alexey Birkus, Susanne Resmark è un'incisiva e saldissima Brangäne e Nicolò Ceriani, sebbene alquanto esuberante, incarna un Kurwenal imperturbabile. Si fanno apprezzare Motoharu Takei, Andrea Schifaudo, Dax Velenich e Hitoshi Fujiyama e il coro maschile preparato da Francesca Tosi.
La gradevolmente lineare messa in scena offre un'appropriata cornice alla parola e alla musica, esaltandole e lasciandole opportunamente la parte delle protagoniste indiscusse. Il regista Guglielmo Ferro opta per un gesto minimo, rinunciando completamente alla ricerca di soluzioni originali, sorprendenti, intente a porgere dei nuovi spunti di lettura. Si inseriscono con successo in questo concetto le scene di Pier Paolo Bisleri e i costumi di Virginia Carnabuci.

Date 2017