Tre indimenticabili serate al Festival di Lubiana

Tra i protagonisti La Fura dels Baus, Elīna Garanča e Martha Argerich

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Created by Dejan Bozovic · Review

Una cosmogonia teatrale che idealmente, in maniera estrosa ed altamente personale, evoca la nascita e le dinamiche di alcune tra le principali forze motrici dell'universo umano: questa la creazione del celeberrimo gruppo catalano La fura dels baus architettata intorno ai Carmina Burana di Orff, che ha inaugurato, in maniera in ogni senso spettacolare, la sessantacinquesima edizione del Festival di Lubiana. L'impeccabilità estetica, il coraggio e l'inventiva, a volte esuberante ma sempre spronata dalla partitura e dai versi, delineano l'appassionante dimensione visiva articolata in un perpetuum di immagini e idee ed alimentata dai bellissimi costumi di Chu Uroz e le luci ideate da Melanie Schroeder.
Tutti gli interpreti – i particolarmente bravi Carlos Daza (baritono) e Jordi Domènech (controtenore), poi il soprano Amparo Navarro, l'attrice Luca Espinosa, il Coro dell'Orchestra filarmonica slovena, il Coro della Scuola di musica “V. Vodopivec” e il Coro cameristico Ave preparati da Martina Batič e l'Orchestra Filarmonica slovena – sono ampiamente coinvolti nella messa in scena, facendosi apprezzare non solo per le virtù musicali bensì per la straordinaria spigliatezza scenica, anche quando le esigenze del regista Carlus Padrissa la mette alle prove a dir poco ardue. Ammirevoli altrettanto l'accuratezza e la puntualità del maestro Josep Vicent, considerata soprattutto la vastità del palcoscenico montato sulla grande Piazza dei Congressi, letteralmente gremita da migliaia di spettatori.
Alla suggestiva serata di apertura, conclusasi con i fuochi d'artificio sulle battute finali di O Fortuna, è seguito, due giorni più tardi, un altro evento di pregiata levatura. Nell'auditorium Cankarjev Dom si è esibita una delle più impegnate, acclamate ed eccellenti cantanti nel panorama internazionale, Elīna Garanča. Da sempre nobilitata da una tanto perfetta quanto apparentemente connaturata tecnica, la voce del mezzosoprano lettone ha recentemente acquisito una fascinosa maturità e pienezza nel basso registro conseguendo così, grazie all'immutata potenza e disinvoltura in quello acuto, l'assoluta continuità della sua vellutata qualità timbrica in tutte le tessiture.
Notoriamente versatile, durante la serata la Garanča si trova a proprio agio nel repertorio russo (l'aria di Giovanna da La Pulzella d'Orléans di Čajkovski), francese (Mon coeur s'ouvre a ta voix da Samson et Dalila di Saint-Saëns), italiano (O don fatale da Don Carlos e Voi lo sapete, o mamma da Cavalleria rusticana) e persino nell'aria sopranile - resa con invero sorprendente facilità ed espressività - Io son l'umile ancella da Adriana Lecouvreur. Ci vuole, poi, quell'arte peculiare, un sentimento privo di sentimentalismo, genuino ed empatico, per conferire una dimensione squisita e commuovente alla Musica proibita di Gastaldon e all'Iideale e Marechiare di Tosti, i brani proposti alla fine del generoso programma.
Ogni interpretazione, ottimamente calibrata, accattivante e penetrante, è accompagnata da prolungati applausi trasformatisi alla fine nelle ovazioni di una mezz'oretta, intervallate da la Zarzuela e Granada cantate fuori programma. L'Orchestra Sinfonica della Radiotelevisione slovena e il maestro Ion Marin assicurano alla diva l'adeguato accompagnamento, esibendosi con successo nei brani orchestrali tratti dalle opere di Čajkovski, Bizet, Verdi, Mascagni e Rossini.
Tre sere dopo, nella stessa Sala, ad un'artista - o meglio, l'Artsita - il pubblico serba le vere e proprie standing ovation già dopo il primo tempo. Con un'indimenticabile lettura del Concerto per pianoforte, tromba e orchestra d'archi in do minore n. 1 op. 35 di Šostakovič, a generare la giusta frenesia tra più di mille cinquecento spettatori è Marta Argerich. Le sue imparagonabili esegesi pianistiche da decenni ormai immancabilmente ipnotizzano, rapiscono e, nella migliore delle accezioni, sconvolgono l'uditore per la loro profondità, sincerità, bellezza, fantasia, eloquenza e tecnica così fluida e naturale, così scrupolosamente messa al servizio dei concetti semantici intesi nella partitura, da palesarsi ogni volta con l'aura di un miracolo.
Nulla è possibile dire sulla statura della musicista argentina senza reiterare gli entusiasmi innumerevoli volte espressi e senza banalizzare, verbalizzandola, la sua arte trascendentale, però va sottolineato che anche questa volta si è rigorosamente scelta i compagni di scena del tutto speciali. L'Orchestra da camera Franz Liszt di Budapest è tra le migliori al mondo nel suo genere, e lo dimostra, sotto la magistrale guida del maestro Gàbor Takàcs-Nagy, già con il Divertimento in re maggiore K. 136 di Mozart. L'estrema eleganza si abbina all'altrettanto inappuntabile precisione, la grazie del fraseggio alla bellezza, compattezza e duttilità del timbro. In modo esemplare ed illustre, l'organico conversa nel pezzo del compositore russo con la Argerich e lo strepitoso trombettista Làszlò Tòth, e tutti quanti, incitati dal clamore che hanno scatenato, non possono che ripetere il Quarto movimento meritandosi l'altra tempesta di applausi.
L'Orchestra avvia la seconda parte con raramente eseguito, dilettevole Angelus da Années de pèlerinage III di Liszt, per chiudere il grande evento con un'altra trascrizione ovvero Il carnevale degli animali di Saint-Saëns per due pianoforti, l'orchestra da camera e voce recitante, che, oltre la bravura, mette in risalto lo spirito ludico ed ameno degli interpreti: un'irresistibile Marta Argerich, Akane Sakai alla seconda tastiera e Annie Dutoit che deliziosamente interpreta le poesie intitolate come l'allegra composizione di Francis Blanche. Manco a dirlo, il battimani a non finire e prima il Finale e poi l'Aquarium a bis.

Date 2017