La guerra dell’acqua? E’ il conflitto prossimo venturo dell’umanità

Con ‘Le Siège de Corinthe’ debutta la 38° edizione del Rossini Opera Festival

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Created by Paola Cecchini · Review

‘La guerra dell’acqua? E’ il conflitto prossimo venturo dell’umanità’. E’ quanto sostiene il travolgente e pirotecnico Carlus Padrissa che ha firmato scene e regia di 'Le siège de Corinthe', tragedia lirica di Gioachino Rossini, presentata il 10 agosto in prima assoluta nella nuova edizione critica di Damien Colas alla 38a edizione del Rossini Opera Festival di Pesaro (repliche 13, 16 e 19 agosto).
E’ un fiume in piena il catalano Padrissa (Balsareny,1959), uno dei fondatori nel 1979 de ‘La Fura dels Baus’ (che firma il progetto regia), compagnia che si è esibita in tutto il mondo ed è divenuta popolare dopo aver curato la cerimonia di inaugurazione delle Olimpiadi di Barcellona nel 1992. Gli elementi scenografici e pittorici, i costumi ed il video sono firmati da Lita Cabellut. pittrice catalana che ora vive e lavora ad Amsterdam.

‘Ragioni ufficiali, religione, democrazia? Son tutti pretesti. Io penso che alla base di ogni guerra ci siano solo tre cose: oro, petrolio ed acqua. Esauriti i primi due, sarà l’acqua il movente del prossimo scontro globale: non ce n’è per tutti ed è sempre più rara ovunque, persino in quell’Occidente che la spreca dissennatamente. Logico che il resto del mondo prima o poi cercherà di prendersela! La religione è sempre stata solo un pretesto nelle lotte di potere, nelle guerre che i ricchi fanno combattere ai poveri’ - sostiene il regista che per la prima volta si confronta con la musica di Rossini che ‘lo ha colpito da subito: è perfetta, ti cattura e, quasi come un mantra, ti strega’.

‘Rossini ha amato moltissimo quest’opera, tanto da riscriverla in tre versioni – ha spiegato alla stampa Roberto Abbado, sul podio dell’Orchestra Sinfonica Nazionale della Rai, da quest’anno stabile al Festival – Sto parlando della napoletana (Maometto II), della francese (Le siège de Corinthe) e di quella italiana (L’assedio di Corinto). A Pesaro va in scena la francese nella sua integrità, vale a dire con 20 minuti di musica inedita ed il terzo ballabile mai eseguito dal vivo. Inoltre qui c’è meno belcantismo e una vocalità più spiegata’.
Con la consueta attenzione ed esperienza, Abbado ha diretto il cast formato da Luca Pisaroni (Mahomet II), Nino Machaidze (Pamyra) e Sergey Romanovsky (Néoclès), nonché il Coro del Teatro Ventidio Basso (M° Giovanni Farina).
Rappresentata la prima volta all’Opéra National di Parigi il 19 ottobre 1826, l’opera si rivolge al clima politico della sua epoca. Pochi anni prima, nel 1821, era iniziata la guerra per l’indipendenza della Grecia dal dominio turco che reagì con bagni di sangue, sollevando l’indignazione dell’Europa, in particolare di Parigi che sosteneva la rivolta greca ed ospitava alcuni rifugiati. Lord Byron, che era partito per lottare al fianco dei patrioti, scrisse sull’argomento un poema intitolato proprio The Siege of Corinth. Il tema era di rovente attualità e Rossini, di solito poco interessato alla politica, lo scelse come suo esordio nell’opera francese.
E’ entusiasta dell’opera Abbado che, a seguito della rottura di un tendine, ha dovuto dirigerla con il solo braccio sinistro: cosa non facile, dato che lo spettacolo si svolge per metà anche in platea costringendolo a torsioni faticose, anche se ‘Per Rossini si fa questo e altro!’

La prima cosa che appare agli occhi degli spettatori è, ovviamente, la scenografia: un grande muro di bottiglie di plastica piene d’acqua, 2017 boccioni di 20 litri ciascuno, uno sopra l’altro, a formare una fortezza invalicabile, una frontiera liquida presa d’assalto da quelli che hanno sete, difesa strenuamente da quelli che non vogliono cedere una goccia. I bottiglioni che fanno da bastioni non sono sufficienti a Padrissa che ne dissemina altri in platea, portati dal coro, agitati minacciosamente, versati a fiotti anche sui cantanti e sui soldati dei due eserciti nemici che indossano tute di pelle senza connotazioni storiche. A distinguere oppressi da oppressori è solo il fatto che alcune sono macchiate di sangue e altre no.
‘La cornice in cui ambientiamo l’azione è un terreno arido. Usiamo solo sei metri di profondità del vasto palcoscenico dell’Adriatic Arena e mettiamo una passerella tutta intorno all’orchestra per portare l’azione in primo piano e proiettarla verso il pubblico’ - spiega il regista sostenitore di un teatro ‘immersivo’ dove chi guarda non è solo uno spettatore esterno, ma è tirato dentro la storia, immerso, appunto, nelle immagini e nella musica.

L’opera racconta sì una guerra (l’assedio di Corinto da parte dell’esercito ottomano pochi anni dopo la caduta di Costantinopoli) ma anche un amore, quello tra Pamyra e Néoclès, come recita il libretto di Luigi Balocchi e Alexandre Soumet.
‘L'amore è immaginato come una storia di oggi, tra una ragazza mediorientale che ha lasciato la sua terra per studiare in Europa: qui ha incontrato l’amore, ma poi ha deciso di tornare in patria, trovandola assediata da milizie che potrebbero essere quelle dell’Isis. E ha deciso di combattere’ - spiega il regista.
Lo spettacolo mi è piaciuto molto, per la musica, la regia e la scenografia che benché accattivanti (poteva essere diversamente?) non sono state molto apprezzate dagli spettatori più tradizionali seduti nella fila davanti alla mia.
Moltissimi applausi per la direzione orchestrale e soprattutto per il cast, in particolare per Nina Machaidze e Luca Pisaroni, il basso-baritono nato a Ciudad Bolivar, ma trasferitosi a Busseto all’età di 4 anni.

Date Aug 13, 2017