I giovani cantanti impreziosiscono l'inaugurazione del “Verdi” triestino

Un cast con i fiocchi per il capolavoro di Čajkovskij

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Created by Dejan Bozovic · Review

Un cast eccezionalmente giovane è decisamente il fiore all'occhiello dell'”Evgenij Onegin” che inaugura la Stagione lirica e di Balletto del Teatro Verdi di Trieste. La freschezza e la disinvoltura scenica, appoggiate anche dai physique du rôle dei protagonisti – molti tra i quali al loro esordio italiano o triestino - si coniugano alle prestazioni vocali distinte da pregevole sicurezza e sensibilità musicale e, l'ingrediente altrettanto importante, da una buona dizione in lingua russa. Non ogni dettaglio in alcune interpretazioni è inappuntabile, ma complessivamente convincono senza grandi riserve questi cantanti le cui carriere, nella maggior parte dei casi, sono agli inizi ed aperte a quella maturazione determinata dall'esperienza.
Poco, però, si potrebbe togliere o aggiungere all'altamente ispirata, ben caratterizzata in varie sfumature, vocalmente spigliata e imperturbabile Tatjana di una radiosa Valentina Mastrangelo, la vera eroina della serata che affronta il complesso ruolo con profonda comprensione ed immedesimazione, esaltandone sia il lato romantico e sognatore sia la forza, la determinazione e l'intransigente attaccamento ai valori etici. Lunghissimi applausi scanditi da una moltitudine di esclamazioni di consenso della platea incoronano la sua grande aria, ma anche in seguito le maggiori acclamazioni sono serbate al soprano salernitano. Un gradevolissimo timbro, la potenza e il notevole controllo dell'emissione delineano la forbita vocalità di Cătălin Toropoc il cui Onegin vanta un imponente presenza e un'opportuna nota di modernità, mentre con distacco e severa lucidità tenta di riempire il vacuo dello smarrimento e dell'alienazione. Dal tale rigore il baritono romeno non si scosta nemmeno quando un tono commosso oppure finalmente turbato dal sincero affetto avrebbero giovato alla sua incisività; tuttavia né questo neo né un paio di acuti presi in maniera non del tutto ferma incidono rilevantemente sulla sua raffinata interpretazione.
Con la voce ampia, duttile, calda, di un colore particolarmente accattivante, Anastasia Boldyreva è un'Olga di lusso, brillante davvero, seppure la partitura non mette completamente in risalto tutte le evidenti qualità di questo mezzosoprano russo. Corretto, ma alquanto timido e - nonostante una certa tenerezza nell'espressione – meno genuinamente toccante di quanto sarebbe auspicabile è Lenskij di Tigran Ohanyan. Anche la prestazione di Vladimir Sazdovski acquisirebbe maggior suggestività se il basso riuscisse a calarsi più intimamente nei panni del canuto principe guerriero, conferendogli oltre la straordinaria dignità una dimensione semplicemente umana. Impeccabili e per nulla in secondo piano scorrono le interpretazioni di Giovanna Lanza (Larina) e Alexandrina Marinova Stoyanova-Andreeva (Filipp'evna). Completano il cast Dmytro Kyforuk (Triquet), Roberto Gentili (Zaretskij) e Hiroshi Okawa (Un capitao delle guardie).
Mettendo ora la bravura dei cantanti da parte, va detto che questo “Onegin” purtroppo palesa più di una manchevolezza. Fabrizio Maria Carminati sale sul podio per la prima volta nella sua lunga carriera a dirigere il capolavoro di Čajkovskij e il fatto è facilmente percettibile. Per quanto riguarda la direzione, si ha l'impressione che le prove più o meno accurate e approfondite fossero prevalentemente dedicate al primo atto, chiuso con emozionante scena di Tatiana e Onegin. Poi, lo spettacolo si appiattisce, ne scemano la verve, la persuasiva e l'energia comunicativa, i sipari calano alla fine dei quadri accompagnati da brevi e disinteressati battimani. Non solo vi sono degli sfasamenti e divergenze tra la scena – tratti si del coro preparato da Francesca Tosi o dei protagonisti - e il golfo mistico, ma anche all'interno dell'orchestra, dovuti soprattutto al gesto poco fermo del maestro, bensì la vicenda manca di impatto trascinante, le situazioni si inanellano senza tensione drammaturgica e la partitura, trattata da Carminati con routine, perde lo smalto in una lettura che non ne esalta le indiscutibili bellezze. L'organico, innanzitutto con ricercati assolo, si difende meglio del coro che, inizialmente compatto e puntuale, man mano perde in precisione. Bisogna aspettare la scena finale, in cui la Mastrangelo e Toropoc riversano tutto l'entusiasmo, per sentirci di nuovo pienamente rapiti, per riavere quel brivido costante provato nel primo atto.
Supponendo che siano state le spietate ragioni economiche a dettare la scelta dell'allestimento dell'Opera di Stato di Sofia, ci soffermiamo solo sul pensiero che, nel realizzarlo, la regista Vera Petrova, lo scenografo Alexander Kostyuchenko e il compianto costumista Steve Almerighi abbiano intrapreso una via vacilante, desiderando proporre una messa in scena che abbina il classico ad una modernità ormai superata, con un esito poco convincete tanto dal punto di vista estetico quanto sul piano di efficacia. Potremmo dire sinteticamente che, in questa dimensione, con meno si avrebbe potuto ottenere molto di più.

Date 2017