L'eterno triangolo d'amore sovrastato dalla vendetta di Azucena

Il trovatore va in scena al Teatro Verdi di Trieste

Details

Created by Dejan Bozovic · Review

Per molti versi, il fulcro narrativo dell'ampollosa e oleografica vicenda scritta da Gutierréz e, in modo ancor più confusionale, non privo di ingenuità, ripresa da Cammarano per Il trovatore verdiano, è Azucena che da giovane vide la propria madre ardere sul rogo e, spinta dalla vendetta, rapì il figlioletto dell'ingiusto giustiziere intenta a fargli fare la stessa fine, ma nel tragico delirio fece l'errore di gettare nelle fiamme il proprio pargolo, continuando a crescere il bimbo rapito da madre affettuosa e facendolo diventare, con l'aiuto del destino, il rivale nella guerra e nell'amore del suo fratello maggiore, conseguendo alla fine la tanto agognata vendetta.
Nel corso della prova antigenerale al Teatro Verdi di Trieste, ascoltando e, nondimeno, guardando Milijana Nikolić nei panni della vecchia zingara a cui ha saputo conferire un colorito incisivo e pieno di sfumature nonché una drammaticità suadente, puntando tanto sulla ricca vocalità florida in tutti i registi e sull'ammirevole agilità quanto sull'avvenente imponenza scenica, uno potrebbe, appunto, chiedersi come mai il suo non è il personaggio titolare di quest'opera. Certo, questo onore solitamente è serbato a coloro che fanno parte del filo amoroso dell'affabulazione, e nello scambio dei gallanti sentimenti, perennemente scandito da vibranti accenti di rabbia, angoscia, sconforto e sacrificio, la Leonora di Marily Santoro sovrasta alquanto il Manrico di Antonello Palombi.
A dire il vero, all'esordio il soprano è un po' tesa, la sua resa piuttosto scolastica, ma già dal terzetto il nervosismo si attenua, man mano sparisce è la Santoro s'impossessa totalmente, seppure a volte con eccessiva cautela che precede gli acuti, della pregevole tecnica, arrotondando la voce la cui duttilità e potenza fanno perdonare un timbro più chiaro di quanto previsto dalla partitura. Il tenore, al contrario, incide la propria apparizione di un vigore e sicurezza che conquistano immediatamente, riempendo il teatro con un notevole volume vocale e calibrando bene sia i sentimenti teneri sia quelli irosi; sennonché, dal terzo atto si verificano alcuni segni di stanchezza e lievi titubanze soprattutto in alta tessitura e l'interpretazione si rende maggiormente monolitica e meno attenta alle nuance.
Domenico Balzani è un Conte di Luna solido, impeioso e imperturbabile dal punto di vista scenico e vocale, ma carente di sensibilità musicale e fraseologica nei passaggi di una più raffinata e soave passionalità, in primis nella sua grande aria.
Bravissimo Vladimir Sazdovski come ferrando, puntuali Momoko Nashitani (Ines), Andrea Schifaudo (Ruiz), Roberto Miani, Francesco Paccorini e Fumiyuki Kato, si fa apprezzare il coro preparato da Francesca Tosi.
Il maestro Francesco Pasqualetti e un direttore di onesto mestiere, non incapace di qualche imprecisione ma fondamentalmente preciso e un saldo punto di riferimento per la dilligente orchestra e i cantanti.
Per quanto riguarda il versante visivo, sarebbe forse troppo pretendere che un allestimento dia un barlume di logicità, di qualche accenno di struttura psicologica o perlomeno di benché minima credibilità all'infausto e infinite volte discusso complotto, però non bisogna essere particolarmente esigenti per scongiurare una messa in scena che nemmeno tenta di affrontare le difficoltà con una qualche inventive ed ispirazione, aiutando magari gli interpreti di trovare un possibile baricentro dei personaggi senza lasciarli a cavarsela da soli. L'anteprima generale al Teatro Verdi di Trieste rivela invece un concetto registico privo di regia vera e propria, non semplicemente ed elegantemente conservatore o classico per intenderci, bensì scontato e obsoleto, un ammasso dei déjà vu giacché ogni singolo gesto, ogni giustapposizione dei cantanti e delle masse corali, ogni genuflessione e atteggiamento minaccioso reiterano e clonano le medesime soluzioni proposte probabilmente sin dai tempi della prima assoluta del 1853. E se il gesto registico di Filippo Tonon risulta atemporale nella totale assenza dell'estro creativo, le sue scene e le luci che prevalentemente attingono dall'esperienza teatrale dell'ultimo quarto del ventesimo secolo offrono una cornice neutra, nei momenti migliori persino gradevole, in cui si distinguono i costumi – questi sì ragionevolmente tradizionali - firmati da Cristina Aceti.

Date 2018