Quando la musica sovrasta la danza

“From Bach to Bowie” del Complexions Contemporary Ballet al Politeama Rossetti triestino

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Created by Dejan Bozovic · Review

Che nemmeno i due personaggi quali Desmond Richardson, il primo afroamericano eletto Principal Dancer dell'American Ballet, la cui danza è stata descritta dai critici con dei ricercati superlativi, e Dwight Rhoden, inizialmente ballerino e poi coreografo di indiscutibile fama internazionale, non debbano necessariamente essere la garanzia di una creazione particolarmente accattivante o inventiva, lo si poteva verificare al Politeama Rossetti di Trieste dove il Complexions Contemporary Ballet, fondato dai due sopraccitati artisti, ha presentato la compilation nominata “From Bach to Bowie”. Tale titolo, innanzi tutto, implica una maggiore intimità con le eccellenti pagine musicali che hanno ispirato le coreografie nonché un più vibrante filo logico capace di omogeneizzare sia ciascuno dei tre atti presentati sia la struttura complessiva, di quelli emersi in circa due ore della durata dello spettacolo.
Seppure visualmente non sempre armoniosa, dal punto di vista tecnico la compagnia si dimostra inappuntabile, capace di risolvere ogni esigenza di Rhoden che firma tutte le coreografie, e se la bravura degli interpreti non riesce a riscaldare l'affollata platea, le cagioni del mancato effetto bisogna cercarle proprio nell'estro vacillante, reiterante e poco immaginoso del coreografo stesso. Le sublimi musiche di Bach, dalla Fantasia cromatica e fuga ai brani dalle Sonate e Partite per violino solo, non hanno stimolato la creatività di Rhoden in misura sufficiente per suggerirli qualcosa di più di un monotono susseguirsi delle immagini, figure e dei gesti piuttosto esanimi, molte volte visti, scevri di forza espressiva e comunicativa, privi del contatto genuino con il pensiero bachiano e di quello che potremmo semplicemente chiamare la gioia della libera e potente fantasia.
Le successive brevi coreografie – Gone, Testamente, Imprint/Maya (un assolo ideato per Richrdson) e Ave Maria – non sono che quattro vignette con qualche pretesa narrativa ed estetica, però di scarsa suggestività ed eloquenza. Finalmente, l'atmosfera si anima, grazie soprattutto alle intramontabili melodie, con Star Dust – Un tributo a David Bowie. Maggiormente colorite e cariche di una certa energia, le coreografie intessute sui nove indimenticabili hit non conseguono, tuttavia, l'auspicabile livello artistico né quello emotivo, lasciando anche in questo caso che la musica dal nastro prenda il sopravento e sovrasti la danza.

Date 2018