Pensionati & vedove benestanti: all’opera!!!

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Tanto, tanto tempo fa sentivo dire e leggevo, che in Italia i Conservatori funzionavano male, non avevan soldi, che le orchestre (della RAI soprattutto, ben quattro) erano un pozzo senza fondo, che i Teatri erano in deficit e l’orologio della sala del Piermarini non si poteva riparare perché la cifra era meglio impiegarla per altre urgenze.

Nelle ben due pagine interne dell’edizione 3.10.2018 de “Il Fatto Quotidiano” si dichiara un po’ come nell’Andrea Chénier che son tant’anni che le generazioni trascorrono e tutto resta eguale e problematico.
Rinviando a chi vuole documentarsi alle fonti, si potrà almeno citare occhielli e titoli del pezzo con richiamo al contenuto:
Protesta. Dagli archivisti ai musicisti, agli attori: sabato a Roma la prima manifestazione unitaria: “Siamo professionisti e non guitti”. L’Opera fantasma e i lavoratori invisibili. Le Fondazioni a picco.
Segue una serie di schedine sullo stato delle Fondazioni (numeri e percentuali) dal Verdi triestino, all’Arena, Carlo Felice, Comunale Bologna, Maggio, Opera romana, San Carlo, Petruzzelli, Massimo palermitano, ognuno con la propria stella migliore o peggiore.

Nei “richiami” il direttore Giuliani (del S.Cecilia di Roma): “Il Conservatorio riceve 270mila euro l’anno per tutte le attività. Da direttore appoggio la protesta per il futuro dei mie studenti”.
Accanto: «Il Commissario Sole: “Neanche in in 100 anni i teatri riuscirebbero a restituire il prestito dello Stato di 150milioni”».

A commento e sul fondo il pezzo di Paolo Isotta (eh sì!, scusate ma è lui).
Il quale-naturalmente-non usa mezzi termini: «In sala. Desolazione, rovine e un livello artistico abietto. Il pubblico è di pensionati e vedove benestanti. Abbassiamo subito tutti i sipari. Per 5 anni». La soluzione: Paghiamo i dipendenti lasciandoli a casa. Poi, scriviamo una nuova legge, che li consideri musei e non circhi equestri.

La chiosa è nello stile di Isotta, nel bene e nel male. Nel vero e nel falso, Nel polemico e nell’esser di parte. Nulla di nuovo di quanto è sempre stato in Italia verrebbe da sottolineare.
Così come allorché il critico ha dispensato strali a “sinistra” e incensi a “destra”, adulato un maestro e poi allontanarsene, elevare a vertici nella storia della musica nomi onorati ma del tutto ininfluenti (Alfano, Franco, non confondetevi!). Sempre amico dei suoi amici.

E’ un articolo maligno come tanti suoi. E un tantino inutile, con qualche pennellata giusta tra cui (non l’unica) le ironie sulle regie (“demenziali masturbazioni”; di Michieletto e De Rosa), “lodate da quei marchettisti dei cosiddetti critici musicali che nessuno legge più e hanno a disposizione spazi irrisori su giornali che nessuno legge più”.
Non ammette uno-nemmeno un-sovrintendente colto e li bolla con epiteto di “furbastri”.
Le stagioni sono (dice Isotta) fatte con raccomandati e con le agenzie.

Ma un’affermazione-quasi a margine epperò (in)felicemente evidenziata nell’occhiello-fa agitare: “A teatro vanno solo sfaccendati, pensionati, vedove benestanti, che non capiscono nulla e applaudono sempre; o turisti ancor più ignari”.

Ed ho pensato che effettivamente a Teatro se vedo dei giovani, vedo però “mooolti” (come si dice oggi) pensionati e vedove, debitamente agghindati, e mi è tornato alla mente l’aneddoto raccontato da Quirino Principe pochissimo tempo fa, quando è andato a salutare alcuni orchestrali (alla Scala penso) trovando una gran parte di nuovi e nuovissimi giovani strumentisti. Un bagno di fresche forze. Poi, giratosi per tornare al suo posto, si è trovato-osservava-una massa di vecchiacci-lui stesso incluso notava-che era lì in attesa…

(ag)

Source Il Fatto Quotidiano, 3.10.2018 · Date Sep 4, 2018