L’orchestra del Maggio la migliore d’Italia. Nous sommes florentins.

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Le dirette su Facebook dal Teatro del Maggio, per le presentazioni o conferenze esse siano, sono sempre interessanti-va detto-nel bene e nel male (soprattutto quest’ultimo). Permettono comunque sia di capire vizi e virtù degli animatori chiamati all’incontro, sia-e conseguentemente-dell’istituzione che promuove.

Che i toscani e i fiorentini in special modo siano dei campanilisti sfegatati è in letteratura, e nessuno di loro si tirerà indietro a dire che non è vero (Malaparte docet).
Così-per volere preciso del Sovrintendente Chiarot-è stato invitato all’incontro nella circostanza del 90mo della (1928) nascita dell’Orchestra del Maggio, il fiorentinissimo Professor Daniele Spini (1951) le cui benemerenze chiunque può rintracciare in pdf su Internet. Tanto di cappello tra i cappelli.

Excursus storico (il link da Fb, completo per chi non ha seguito per ora e disponibilità del canale, sotto) dalle origini ad oggi, quasi sempre preciso, con punte di provincialissima ironia allorché parlando del Coro (che è un altro punto-incontestabile-del complesso istituzionale creatosi nel tempo), accenna che il grande collega (Coro) della Scala per l’allestimento del “Mosè ed Aronne” (1977) non volle cantare e fui chiamato un complesso straniero, mentre noi-di-Firenze-si fece per primi e senza tante storie, dice Spini.
E’ una imprecisione (falsità) e nemmeno l’unica nella presentazione ma sorvoliamo: cantò sia il coro della Scala integrato dal Coro Enekkara di Budapest diretto da Sapszon, con Gandolfi per la formazione milanese e direttore d’orchestra von Dohnanhyi.

Ammette che il tracciato grafico (deve ammettere) della qualità orchestrale dai tempi guiani in poi, Bartoletti, Muti, Mehta e intermezzi brevi altrui, ha molti bassi epperò compensati da alti sempre più alti. In tutto il mondo si sale e scende, è nella natura delle cose, per dirla alla Tito Lucrezio Caro (ndr), quindi non c’è da stracciarsi le vesti.
Siamo stati l’unica istituzione che nella sinfonica faceva quattro turni di abbonamento con sacchipelisti in attesa (vero) e va detto però (ndr) che le orchestre della RAI negli anni ’70, facevano due-tre repliche dei loro concerti in stagione pubblica e regolarmente anche la Scala. Ma noi (di Firenze) di più, dice Spini.

Che oggi (ndr) sia un’altra musica è nelle evidenze oggettive e quanto si vede e va dicendo lo dimostra.
La prolusione era inneggiante e di circostanza (non poteva che esserlo: ci pensate che a casa propria si parli male o criticamente di ciò che accade in casa propria appunto?), prolusione poi ripresa testualmente e passata al sovrintendente Chiarot che l’ha letta, facendola propria (era del tutto coincidente nei contenuti), prima del Concerto vero e proprio diretto da Luisi.

Insomma-quasi novello Isotta che trovava l’Orchestra dell’Opera di Roma la migliore d’Italia (beh sì, perché c’era l’amico-allora-Muti)-Spini non ve la manda a dire come si usa sentenziare nella città del Giglio, e sostanzialmente afferma che l’orchestra fiorentina (questa) è la migliore d’Italia, grazie-s’intende-al lavoro dei Muti e Mehta (è così) perché i fiorentini hanno sempre amato la sinfonica, l’hanno vezzeggiata, elevata, dice…Spini!

Prima l’orchestra, l’orchestra-come realtà culturale-ha prodotto il “Maggio” (il Festival), e la stagione lirica e di danza. Tempi d’oro sinché son durati. Oggi (ndr) Chiarot ha dovuto rimboccarsi le maniche e faticare (e faticherà non poco) per riportare i fasti di un tempo, che era il solo fil rouge di Spini, cantore (molto) di dolci memorie.

Per fortuna (dice Spini) che adesso abbiamo Luisi, che farà nientepopodimeno che il ciclo mahleriano (Abbado lo fece nel 1970 e seguenti, con Bruckner pure). Luisi (dice sempre Spini) che può dirigere qualunque orchestra del pianeta. Quel furfante di Isotta chioserebbe: così come un salumiere professionista affetterebbe benissimo dei culatelli in qualunque bottega del globo.

Ai tempi di Muti venne Roždestvenskij e il molfettese volle che egli provasse la “sua” orchestra. Poi gli chiese un parere. Roždestvenskij promise una risposta scritta perché era in rapida partenza. Dieci giorni dopo arrivò al Maestro Muti, una lettera in cirillico, che Muti si premurò di far tradurre con ansia, convinto degli elogi del grande direttore russo, anzi sovietico, lui-Muti-che tanto repertorio russo faceva (bene). La lettera diceva all’incirca:

Caro Maestro Muti, noi russi abbiamo l’abitudine di dire sempre la verità, da Ivan il Terribile a Lenin, da Stalin a Krusciov, a Brežnev…
Ecco dunque il mio giudizio sull’orchestra del Teatro Comunale.
Non sanno tenere il tempo, non esiste un vero primo violino, ognuno fa quello che vuole, non hanno il senso d’insieme. Una disgrazia!
Vostro
Gennadij Nikolaevič Roždestvenskij

Il racconto è autentico nella sostanza, se debbo credere alle mie orecchie, fatte da un conosciuto docente e musicologo locale.

Che l’orchestra del Maggio abbia una sua novantennale storia molto bella e che oggi-grazie soprattutto alla cura Muti-Mehta-sia divenuta un complesso di grande, talvolta grandissima (quando vuole) levatura, lo sappiamo.
Qui si voleva, non contestare la verità sostanziale, ma indicare il “modo” di esibirla.
Del resto Marchionne (citato da Spini) diceva che “Firenze è una piccola e povera città”.
Se non è vero (che lo disse) è ben trovato (come aforisma).

(ag)

il video (55 minuti): drive.google.com/file/d/1zGu3wt … sp=sharing

Date Oct 5, 2018