Un successo con qualche perplessità

Lera Auerbach ospite del Teatro Verdi di Trieste

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Created by Dejan Bozovic · Review

Il curriculum di Lera Auerbach la definisce “compositrice, pianista, direttore d'orchestra, poetessa e visual artist”; nei primi tre ruoli si è presentata al Teatro Verdi di Trieste ottenendo il successo che, seppure per molti versi meritato, ci lascia con più di una perplessità.
Nell'ouverture da L'isola disabitata di Haydn (e a questo punto pare indispensabile chiedersi perché nel programma di sala il buon “papà” Haydn viene citato come “misconosciuto e sottovalutato... ricordato oggi esclusivamente come autore di musica strumentale”), la poliedrica artista russo-americana si limita alla direzione e subito il suo gesto, nell'accezione elementare della parola, denuncia un'estrosità alquanto fuori dal comune, nel bene e nel male. Tuttavia, riesce ad ottenere una compatta e puntuale risposta dell'orchestra che si scosta, sì, dall'inquadratura ottocentesca ma senza immergersi effettivamente in quello che si è soliti chiamare lo spirito haydniano. Il fatto, però, non è casuale né dovuto alla prestazione dell'organico, bensì al modus pensandi della Auerbach la quale si dedica seriamente a conferire alle pagine una esuberante drammaticità e agitazione narrativa, il che in molti passaggi porta alle soluzioni tanto sorprendenti quanto gradevoli, ma decisamente contrasta la globalmente accettata impostazione stilistica, persino se nel giudizio si vuole essere ben lontani dal fanatismo filologico, e appesantisce la scorrevolezza della scrittura.
Questo tratto segna in modo molto più incisivo, o meglio dire decisivo, il Concerto n. 20 in re minore K. 466 di Mozart. Se sul podio offre una visione particolarmente personale delle partiture, alla tastiera la Auerbach si esprime con una libertà che a momenti rende irriconoscibile il brano per quanto celeberrimo sia. Piuttosto che dell'interpretazione, si potrebbe parlare di un'elaborazione del pezzo, molto accattivante a dire il vero, grazie alla bellissima tecnica, al rigoglio delle idee e all'indubbia creatività, ma il rispetto per il compositore è prettamente affettivo e ben poco formale. L'esecuzione, senz'altro singolarmente ispirata, ricorda fortemente gli Esercizi di stile di Queneau e le lezioni di musica di Bernstein, ossia pare che l'interprete s'impegni a proporci il pensiero del genio salisburghese inciso dagli stilemi distintivi di varie epoche e diversi autori, sfoggiando una cadenza attribuibile quasi in toto a lei stessa. Così in un'unica opera mozartiana, la Auerbach trova l'espediente per essere contemporaneamente direttrice, pianista, compositrice, e persino poetessa, considerate la licenza che si prende nonché la sua prorompente vena poetica. Va detto che sporadicamente i quattro ruoli si urtano, giacché la focalizzazione sulla tastiera, per esempio, toglie la concentrazione dalla direzione. L'esito possa piacere oppure essere criticato, ma in ogni caso non lascia spazio all'indifferenza.
Abbandonata la tastiera, l'artista dirige il proprio brano, Eterniday, sottotitolato come Homage to W. A. Mozart, dimostrando con notevole classe che la sua vocazione primaria è creare la musica piuttosto che interpretare quella altrui. Denso di idee, atmosfere ed emozioni, il componimento possiede una saldissima e pulsante architettura che convince anche l'Orchestra, lodevolmente percettiva e precisa nell'assecondare la Auerbach; la menzione speciale va alle prime parti di tutte le sezioni di archi impegnati con le partiture solistiche.
La serata finisce come è iniziata, ovvero con Haydn ed una briosa e riuscita esecuzione della sua Sinfonia n. 49 in fa minore, evidentemente articolata dall'estro della Auerbach.

Date 2018