Applaudito “Nabucco” al Teatro Verdi di Trieste

Un successo corale coordinato dal maestro Christopher Franklin

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Created by Dejan Bozovic · Review

Il Teatro Verdi di Trieste mette in scena Nabucco nell'allestimento realizzato nel 2014 dal Teatro Ponchielli di Cremona in coproduzione con il Teatro Grande di Brescia e il Teatro Fraschini di Pavia. La regia di Andrea Cigni, ripresa nell'occasione da Danilo Rubeca, le scene di Emanuele Sinisi, i costumi di Simona Morresi e l'inconsuetamente curato disegno di luci di Fiammetta Baldiserri si fondono in un insieme omogeneo e logico, gradevole dal punto di vista estetico, impostato nella maniera tradizionale e senza propositi innovativi, segnato da qualche soluzione particolarmente efficace ma non privo di idee obsolete e superflue, tra cui primeggiano l'enorme statua equestre trascinata dalle comparse ed il sipario dipinto il cui frequente calare interrompe la scorrevolezza e compattezza sia della dimensione musicale che di quella drammaturgica.
Sul podio, il maestro Christopher Franklin sin dall'Ouverture fa capire che intende leggere la partitura, sotto ogni punto di vista, con puntuale esattezza e fedeltà, buon gusto e misura. Il suo gesto netto e risoluto è un saldissimo punto di riferimento per tutti gli interpreti in scena che scrupolosamente asseconda senza mai sovrastarli con ingombranti sonorità orchestrali, nonché per il golfo mistico dove ottiene dall'organico una risposta precisa ed ispirata, costellata di assolo squisiti. Il coro, altrettanto, si palesa in ottima forma, potente e sensibile, la cosa ancora più mirabile se considerato il fatto che è costituito da solo quarantacinque cantanti.
Il cast è composto da artisti di indubbie e pregiate virtù tecniche, musicali e sceniche, tuttavia in certi momenti si ha l'impressione che alcuni aspetti dei rispettivi ruoli non siano compiutamente nelle corde dei tre protagonisti principali. Giovani Meoni è un Nabucco vocalmente impeccabile, dotato di notevole potenza e avvincente timbro, e mentre il suo nobile fraseggio e fine musicalità impreziosiscono i momenti di sconcerto, afflizione e pentimento, mancano di accenti tuonanti e minacciosamente imperiosi che dovrebbero contrassegnare la prepotente superbia e aggressività del re babilonese. Le riflessioni pressapoco identiche riguardano il Zaccaria di Nicola Ulivieri, il basso raffinato e suggestivo, perfetto come un Gran Pontefice consolante, devoto e paterno, un po' meno convincente come combattente intimidatorio. Nella serata del 22 gennaio (a cui si riferisce la recensione), già molte volte apprezzata Amarilli Nizza durante il primo atto sembra affrontare una partitura poco idonea alla sua vocalità. Il vibrato è marcato e turba i passaggi di tecnica altamente esigente, gli acuti sono sforzati e oscillanti, la sua Abigaille scarseggia di indole bellicosa, di asprezza priva di scrupolo e determinazione fatalista. La prestazione vocale migliora considerevolmente dall'inizio del secondo atto, e seppure il recitativo e la cabaletta non possiedono l'auspicabile ferocia e alterigia, l'aria è l'espediente perfetto per mettere in risalto la vera caratura del soprano. In poi, la prestazione della Nizza si assesta, acquista la sicurezza, agilità e il controllo dell'alto registro e, non tingendosi comunque di tinte scure del personaggio, raggiunge l'apice nella scena finale.
La scoperta della serata è certamente il giovane Riccardo Rados, capace di sfruttare al massimo le potenzialità racchiuse nel ruolo di Ismaele, inappuntabile e sensibile tenore di voce piacevole, non eccezionalmente voluminosa bensì di quelle che camminano. Bravissima anche Aya Wakizono come Fenena, applauditi Andrea Schifaudo (Abdallo), Rinako Hara (Anna) e Francesco Musinu (Il Gran Sacerdote di Belo).

Date 2019