Lorenzo Viotti nuovo direttore al Maggio? (Domani accadrà)

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Magari! E magari nel suo disegno interiore Cristiano Chiarot potrebbe aver in animo-tra circa quattro anni, allo scadere del periodo quaresimale imposto dalla esistenza di re Luisi XIV-di indicare l'attuale giovanissmo Viotti (1990), figlio d'arte come si sa (Marcello, prematuramente scomparso), quale nuovo e migliore responsabile della realtà fiorentina.

Non sappiamo tante cose. Certo l'età sarebbe giusta a quel momento, gli anni di Cristo e una memoria ai fasti del fu giovane Muti (1969) in quel della città medicea, ma pure all'anch'egli giovane Abbado in Scala (1968, 35 anni).Di quest'ultimo illustre nome, Lorenzo Viotti, possiede al vero una gestualità molto prossima che però è egualmente presente in un altro grande della generazione antica, Bernstein, a cui-nel ciuffo che lo caratterizza e ad una certa avvenenza-può apparentarsi.

Anche se far tali nomi potrebbe risultare "sconveniente" ed inopportuno, l'abbiamo osservato da vicino ier sera a Firenze e se del primo possiede verosimilmente una tecnica molto disciplinata, precisa, accurata, del secondo ha una certa estrosità e calore, una comunicativa assai evidente se-tanto la stessa orchestra del Maggio-quanto il pubblico presente-hanno tributato ampi consensi e apprezzamenti non comuni per un ventottenne.Non sappiamo se i tempi non poi così lontanissimi saranno a lui favorevoli, con le sorprese del mondo italico nella cultura e nella politica. Non sappiamo nemmeno se Viotti-attualmente tanto promettente e sulla strada del consolidamento-sia destinato invece ed ahimè ad una parabola discendente e divenire invece più semplicemente un altro kapellmeister. Anche la fortuna ha gioco.

Non sappiamo soprattutto quanta gola faccia (e farebbe a lui a quel tempo) il seggio fiorentino, dove sinfonica e lirica (che pure Viotti ha realizzato ed ancora produce) debbono essere concretati e gestiti. Per Muti fu un trampolino di lancio e gli anni che ha sulle spalle Viotti sono e sarebbero sempre pochi e adeguatamente tali.Ma le magnifiche impressioni del suo primo concerto a Firenze (maggio 2018, Webern e Rachmaninov) e l'eccellente Bartok, quanto teso Dvorak del ritorno, sono a suo favore.
Quando una buona orchestra-come quella del Maggio-suona con accuratezza, bell'insieme e particolari, non sempre è facile dare (e giusto) il merito al direttore, che magìe non ne può fare se il corno spernacchia o il violino non è intonato.
Pure il risultato in un'opera così densa quale il Concerto per orchestra BB 123 del maestro ungherese, con le sue architetture novecentesche ma con rinvii quanto meno neo-classici e anche anteriori, i colori tipici in Bartok e della sua tavolozza strumentale, vi è stato.

Altrettanto (ed anche più, per la lezione viottiana) nel capolavoro di Dvorak, quella brahmsiana sua settima sinfonia, che però ha una scioltezza, un dinamismo ed una verve sconosciuti all'Amburghese, probabilmente il capolavoro (nell'ambito delle sinfonie sue) del compositore ceco.
Lorenzo Viotti vi si tuffa a piene mani, canta con l'orchestra ed il suo gesto è ampio, flessuoso ma pulito e senza eccessi, la postura è quella vecchio stile, il tronco, braccia, mani ìndicano e dispongono, ma le gambe sono ferme e senza agitazioni molto in voga tra i giovani direttori.
Il quarto movimento è la parte più impressionante e dimostrativa delle sue qualità e capacità, le ultime battute ("Molto maestoso" ff) con i celebri accordi "fz" a sigillo della partitura, vigorosi e magnetici.

Vi è una linea interpretativa ed esecutiva della "Settima" che realizza la pagina quasi cameristicamente; Viotti invece propone sempre e poi, proprio nel finale, la variante drammatica, con spinta del suono e della materia, in un effetto va detto travolgente (il crescendo-non scritto ma ìnsito-alla penultima battuta). Ed il successo è pieno. La formazione lo applaude, egli indica le parti tutte e le sezioni nelle quattro chiamate (l'ultima imposta e riservata dal primo violino per il direttore), i "bravo" dalla sala giungono ripetuti e sonori.
E il direttore ringrazia, alla vecchia maniera, mano sul cuore, inchino misurato, con le sue scarpe enormi (44/45?), in tela (?), dalla vistosa suola gommata bianca che scandalizzano una signora nell'intervallo, una giacca doppio petto che tira un po' troppo, il collo dell'immacolata camicia che stantuffa un tantino ed un saluto con la mano sinistra alle gallerie.

Domani accadrà.

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Date Mar 5, 2019