Una fortunata "Madama Butterfly" al Teatro Verdi di Trieste

Nikša Bareza sul podio e gli autori dell'allestimento tra i protagonisti del successo

Details

Created by Dejan Bozovic · Review

Un allestimento lineare e raffinato, efficace nel mettere in risalto la musica e persino di commuovere compenetrandosi con essa: il regista Alberto Triola, assistito da Libero Stelluti, abilmente e senza gesti ridondanti, puntando piuttosto sulle dilettevoli “piccole cose” (per dirla con l'eroina dell'opera), schiude un mondo quasi onirico e nel contempo tragico, delineato con precisione e lodevole senso estetico dalle scenografie di Emanuele Genuizzi, a sua volta aiutato da Stefano Zullo, dalle sfumate eppure cangianti luci di Stefano Capra e dai costumi, se non particolarmente ispirati nemmeno sgradevoli, di Sara Marcucci.
Ci trascina, dunque, in quel Giappone sognato da Puccini, la “Madama Butterfly” realizzata al “Verdi” triestino ed acclamata dal pubblico che ha gremito tutte le rappresentazioni. Per quanto possa essere ormai rara una messa in scena sì completa e concettualmente compatta, non basterebbe per generare un simile successo. Fortunatamente, sul podio troviamo il maestro Nikša Bareza, che letteralmente sin dalle prime battute riesce a creare l'incanto anche nella dimensione musicale, curando e rifinendo con squisita sensibilità ogni dettaglio della partitura. Vi è una infinità delle nuance nell'articolazione dell'eloquio, nelle emozioni e nella dinamica, il gesto è esemplarmente preciso ed altrettanto ampio, libero, capace di far respirare e vibrare compitamente e compiutamente il fraseggio. L'orchestra lo segue, impeccabile e ispirata, offrendo senza riserve il proprio meglio. Abbandonandosi delle volte alla vena sinfonica di Puccini, Bareza evoca una massa sonora propensa a sovrastare i cantanti, ma la maggior parte di essi possiede una robustezza vocale che raramente si fa intimidire dai slanci dell'organico.
Liana Aleksanyan è, dal punto di vista prettamente vocale, un'inappuntabile Cio-Cio-San cui dona un bel timbro in tutte le tessiture ed una saldissima tecnica, la duttilità canora e l'ampio spettro dinamico, però – una delle cause è dovuta all'evidente mancanza di physique du rôle - non sempre appare pienamente immedesimata con il personaggio, in alcuni passaggi privato del suo pathos tragico. Tuttavia, va subito aggiunto, questo non significa che il soprano armeno non riesca a conseguire anche i punti elevati di espressività e commozione. Piero Pretti indossa con spigliata disinvoltura e sicurezza i panni di Pinkerton, i quali davvero gli si addicono alla perfezione, nonostante “Addio, fiorito asil” risulta meno profondamente sentito di quanto sarebbe auspicabile. Piace molto la Suzuki di Laura Verrecchia, mentre non convince Sharpless di Stefano Meo, vocalmente timido e tormentato da un irritante vibrato già nel medio registro (perlomeno nella serata del 16 aprile, cui si riferisce questo articolo). Si fa fatica a udire il palidissimo Bonzo di Fulvio Valenti, puntuali Saverio Pugliese, un Goro scenicamente scatenato, Dario Giorgelè (Yamadori), Silvia Verzier, Giuliano Pelizon e Giovanni Palumbo. Apprezzato infine il coro, preparato da Francesca Tosi.

Date 2019