Devid Cecconi – un Gérard che ruba la scena

“Andrea Chénier” al Teatro Verdi di Trieste

Details

Created by Dejan Bozovic · Review

Tra i piuttosto tiepidi applausi finali e quei pochi a scena aperta, si distinguono per energia e calore quelli indirizzati a Devid Cecconi, acclamato, si direbbe unanimemente, dalla platea del Teatro Verdi di Trieste quale miglior interprete del nuovo allestimento di “Andrea Chénier”, realizzato in coproduzione con il Teatro Nazionale Sloveno di Maribor. Inizialmente, un fastidioso vibrato incide sulla voce del baritono nell'alta tessitura, però la resa del “Son sessant'anni, o vecchio, che tu servi!” è potente, un drammatico presagio saturo di sdegno e rabbia annichilente, salutato cordialmente dal pubblico. Il meglio, tuttavia, Cecconi lo offre nel terzo e quarto quadro, plasmando vocalmente (con un vibrato ora minimizzato) e scenicamente un Gérard statuario e credibile, nel rispetto di tutte le sue tortuose sfumature e metamorfosi.
E' un Gérard, insomma, che con sicurezza, senza fatica o premeditazione, ruba la scena a Kristian Benedikt, impegnato nel ruolo titolare. Il tenore lituano palesa un'apprezzabile musicalità e tecnica, eppure né il timbro e il volume vocale, né la tempra, né la capacità di immedesimarsi con il personaggio e trasmetterne la variegata tavolozza di sentimenti e stati d'animo (per non parlare, poi, di physique du rôle), gli permettono di essere convincente e coinvolgente. Le sue arie, i consueti showstopper, passano senza reazioni dalla parte dell'uditorio, il bellissimo duetto alla chiusura della seconda scena è pallido e deludente (ben poco aiuto arriva in quel momento dalla compagna di scena), e bisogna attendere il finale per percepire un trasporto e un vigore di Benedikt degni di nota. Considerando anche il fatto che il suo curriculum annovera tra i maggiori ruoli quelli di Otello e Samson, cantati pure in alcuni tra i più prestigiosi teatri, ci viene da chiederci se nella serata inaugurale il cantante non fosse nella sua forma ottimale oppure se per qualche motivo si stesse risparmiando.
Ancora più rinomata al livello internazionale è Svetla Vassileva, e la sua interpretazione nel terzo quadro, l'aria “La mamma morta” inclusa, è emozionante, particolarmente sentita e persuadente. Piace molto il suo dono di spaziare con equa abilità dalle note gravi a quelle acute e di cogliere e trasmettere le nuance e i mutamenti psicologici di Maddalenna di Coigny, ma nei primi due quadri si fa fatica a sentirla, pare che la voce si fermai al proscenio e l'intera prima parte dell'opera sembra una preparazione per quella successiva.
Isabel De Paoli è una decorosa, se non eccezionalmente commovente Madelon, Albane Carrère è in notevole difficoltà nei panni della Bersi, Anna Evtekhova e Francesco Musinu corretti come, rispettivamente, la Contessa di Coigny e Roucher, spiccano per il loro ottimo contributo Saverio Pugliese (Un Incredibile / L'abate poeta) e Gianni Giuga (Pietro Fléville / Il sanculotto Mathieu), si distinguono, seppure nei piccoli ruoli, Giuliano Pelizon, Giovanni Palumbo e Francesco Paccorini, e
l'autentico coprotagonista nei primi tre quadri, il coro, preparato da Francesca Tosi.
Il maestro Fabrizio Maria Carminati non si perde nei dettagli, applica un gesto di routine che potrebbe anche funzionare, se non sovrastasse pressoché continuamente tutti i cantanti con un inadeguato vigore sonoro a cui incita l'orchestra in forma del tutto apprezzabile.
La consueta regia firmata da Sarah Schinasi certamente non ferve di idee interessanti; le soluzioni più riuscite riguardano le masse corali, ma purtroppo vi sono delle non indifferenti cadute di stile, quali la scena del duello, la video proiezione che maldestramente evoca l'infanzia di Madalenna e Gérard, i tanto perpetui quanto inefficienti e ingombranti cambiamenti di scena, sia durante lo spettacolo sia tra i quadri. Obsolete e di dubbio gusto le scenografie consistenti principalmente in panelli mobili con i trompe l'oeil di William Orlandi, mentre convincono pienamente i costumi di Jesùs Ruiz.

Date 2019