La “Carmen” segna la Stagione lirica del Teatro Verdi di Trieste

La chiusura in bellezza grazie al maestro Caetani e bravissimo cast

Details

Created by Dejan Bozovic · Review

Se un'oleografia o un disegno colorato raffiguranti l'esordio della “Carmen” potessero prendere vita, probabilmente si materializzerebbero in qualcosa di molto simile all'allestimento che ha chiuso la Stagione lirica e di balletto del Teatro Verdi triestino (la produzione è stata realizzata in collaborazione con la Kitakyüshü City Opera). Un'inquadratura che più tradizionale non si può, dunque, in cui ogni soluzione è prevedibile, già applicata nelle innumerevoli edizioni, tuttavia nel complesso funzionale, priva di inventiva ed ingegno ma anche di intenzioni di intromettersi incisivamente, nel bene o nel male, nella dimensione musicale.
Nel primo atto il regista Carlo Antonio De Lucia, ideatore anche delle ben disegnate luci e, insieme ad Alessandra Polimeno, delle gradevoli ed evocative scenografie, crea un accattivante perpetuo moto scenico, esagerando magari nel trasformare Zuniga in un personaggio buffo di stampo rossiniano, ed optando in seguito per un gesto invisibile, perlomeno difficilmente rintracciabile, se non nella disposizione del coro in semicerchio o in righe dritte, nel suggerimento ai protagonisti di rivolgersi al pubblico piuttosto che interagire maggiormente tra di loro, negli impacciati duelli e nel maldestramente concepito tentativo di fermare la fuga di Carmen. Se le scarse risorse economiche spiegano il mancato sfarzo (per usare un eufemismo) nella “sfilata” che precede la corrida, restano arcani i motivi che hanno indotto De Lucia a sgomberare la scena per la Chanson bohème, lasciandovi solo le tre interpreti e quattro poco persuasive ballerine, invece di scatenare un tripudio zingaresco coinvolgendo la massa corale, le comparse ed altri ballerini. A dare un tono colorito ed accattivante (escluso l'atto finale), ci sono i costumi di Svetlana Kosilova.
Compiute le riflessioni sui pregi e difetti della componente visiva, rimane la certezza che questo spettacolo conquista e rapisce grazie ai più rilevanti tra i suoi ingredienti, la musica e la capacità di tutti di farne un connubio inscindibile con la parola. In primo momento, durante il Preludio, la direzione del maestro Oleg Caetani può apparire alquanto lenta, ma presto emerge la sua visione, incisa di un'eleganza tutta francese, schiva di effetti ridondanti e luoghi comuni, abile nel accompagnare e accentuare gli sviluppi sentimentali, drammatici e tragici, tingendo appropriatamente ogni concreta situazione. Il gesto è ampio e forbito, vi è spazio sufficiente per l'elaborazione delle frasi, dal sentito lirismo si passa puntualmente ai tempi incalzanti e accenti impetuosi quando esatto dalla partitura. Sia l'orchestra che, tralasciando qualche smagliatura tra gli ottoni, lo segue con diligenza ed ispirazione, sia i cantanti trovano in Caetani un punto di riferimento attento e rassicurante.
Bella, carica di un sex appeal a volte sinuosamente invitante per esplodere poi in un gesto o sorriso di fiera sfida, Ketevan Kemoklidze è una Carmen tanto sensuale e pungente quanto sensibile e toccante, spavalda e spontanea senza mai sfiorare l'argine della volgarità o banalità. La sua Seguedille è un delicato inno alla seduzione, alla naturalezza dei sentimenti viscerali, e a renderla irresistibile è proprio quella passionalità che si intuisce, intravede ed inspira come un richiamo ammaliante, femmineo, diametralmente opposto ad un manifesto sguaiato e animalesco. Vocalmente, l'artista georgiana è sicurissima, plasma intelligentemente e abilmente la sua voce di un timbro accattivante in tutte le tessiture.
Di tempra carismatica quando si esibisce da sola, nei duetti galvanizza l'atmosfera, rapisce e trascina l'ascoltatore, grazie, evidentemente, all'ottima, potente ed impeccabilmente calibrata prestazione di Gaston Rivero. Un Don José la cui voce non avrà forse un bel colore, però possiede una ricchezza di sfumature, sincerità e sensibilità che la rendono equamente convincente nell'ingenuità bonaria, nella dedizione e perdizione amorosa, nell'ira e nella disperazione (auto)distruttiva. Esemplare e di elevata caratura la sua “La fleur que te m'avais jetée” con il si bemolle preso spigliatamente con rara fermezza a piena voce che sembrava palesare l'Amore all'universo intero, per sfumare lentamente fino ad un pianissimo appena percettibile, incantevole nelle sue tinte intimistiche e speranzose.
Ruth Iniesta è indubbiamente una Micaëla che non si lascia sovrastare nemmeno dai colleghi di tale bravura. Dalla prima all'ultima nota, la sua interpretazione è semplicemente entusiasmante, psicologicamente indovinata e definita, vocalmente inappuntabile, pulsante, e la sua aria è uno squisito esempio de "la manière française" dell'epoca. Il tuonante ingresso di Domenico Balzani disegna un Escamillo baldo e guasconesco, apprezzato altrettanto per un pizzico di originalità; e se la medesima modalità si addice alla scena di sfida, è meno azzeccata nei passi di corteggiamento, carenti di musicalità e forbitezza.
Gli plausi vanno ancora a Rinako Hara, Federica Carnevale, Fulvio Valenti, Carlo Torriani, Motoharu Takei ed al coro preparato a dovere da Francesca Tosi.

Date 2019