Buoni & Cattivi (all’Opera e dintorni)

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C'era una volta la "squola", quella con il "capoclasse" pure, che-in attesa dell'arrivo del prof-sulla nera lavagna divisa in due dal bianco gessetto, segnava nel campo sinistro i "Buoni" e in quello destro i "Cattivi".
E' vero: con l'opzione e possibilità di cancellarli e trasferirli nell'altro settore, e magari poi reinserirli là dov'erano originariamente. Ci avrebbe pensato in séguito il docente a fare i conti.
Che nella lista bianca e in quella nera finissero gli amichetti o gli invisi era molto probabile, anche quando (come capitò a me per una solo "legislatura" mensile, alle medie) vi era un irreprensibile e salomonico "capociurma". Un occhio di riguardo alla compagna carina o all'amico che ti invitava a casa sua per il tè c'era sempre, via!

Pochissimi giorni fa mi sono imbattuto su una rubrica on-line di un ben noto periodico anche nella versione cartaceo-patinata, nella riflessione-breve e lapidaria (come da modalità ivi)-di un popolare critico e commentatore musicale.
Nel pezzetto si parlava della storia per cui-attualmente-in tre grandi teatri italiani, vi siano/saranno tre stranieri a coprire il ruolo di sovrintendenti: tre su 14 Fondazioni.
E' vero anche che-non solo nel settore teatro/musica-gli allògeni, se la càvino meglio rispetto ai nostrani.
Da qui la domanda dell'osservatore "perché l’Italia produca così pochi sovrintendenti di rilievo" e attiguamente la considerazione "che le personalità più interessanti, più moderne e innovative, capaci di qui e di là, lavorino per lo più in provincia...".

A questo punto vengono menzionate le località "felici" e fatti esplicitamente sei nomi (tre donne, tre maschi) che il Nostro promuove essendo "personaggi che sarebbero ampiamente abilitati a prendere la guida di qualche teatrone".
Per quanto dicevamo in apertura i magnifici sei sarebbero (vi crediamo) da incasellare tra i "B".

In un altro articolo di un illustre critico prossimo al sessantanovesimo anniversario su questa infelice terra, anch'egli faceva nomi (illustri) e "de facto" li andava a porre nel campo "C" (kattivi): tanto per dire parlava dei responsabili di Napoli, Bari, Roma e Firenze (quest'ultima ancora sotto Chiarot al tempo).

A queste "manichee" suddivisioni (sia pure in odore di realtà) qualcuno potrebbe malignamente chiedersi di che tenore sarebbero (e saranno) le recensioni di questi critici agli spettacoli di cui-per una certa misura-sono responsabili i "B" e "C" in questione. Il problema non si pone nel caso di allestimenti nella realtà felicissimi; semmai quando nel teatro di un "B" veda la luce una bruttura.
Ma l'amico (suo) critico potrà sempre cavarsela non recensendo lo spettacolo (per "pietas"), scusandosi con il poco spazio offerto dalla testata.

Viceversa il critico "malvagio" (ma forse onestissimo con la verità critica) avrà facile gioco per incenerire la produzione nefasta attribuita a componenti precisamente-per lui-da iscrivere al settore "C", come peraltro il citato, eminentissimo critico sopra evocato, frequentissimamente fa. Sono le recensioni in guisa di stroncature quelle che si leggono (se sapute scrivere, sia ben chiaro) con maggiore avidità, almeno sino in fondo, siamo onesti, ché dei panegirici ne facciamo volentieri a meno. Per la verità sul Web c'è un funereo sito "specializzato" in questo, ma non ha nessun credito: il troppo stroppia.

Fare nomi e cognomi, di viventi, è impegnativo e la regola di Edmondo (De Amicis), amico di tutti e di nessuno, è, se non migliore, più assennata o elegante.
Se il censore "y" abbiam compreso essere amico di quel tal produttore (in questo caso si parla di tali figure, ma vale anche altrove, per diversa categoria), allorché vedremo la nota al di lui spettacolo, sarà "inutile" andarla a leggere: non potrà che dirne bene!

Un po' diverso nel caso dei defunti, dove lo stacco temporale e quello cielo-terra, consente di dire con questa bocca ciò che voglio.
Pëtr Il'ič Čajkovskij, che esercitò tra il 1868 ed il 1876, l'attività di cronista e critico sulla stampa del suo Paese, non aveva peli sulla lingua (e non era toscano) in merito ai grandi e grandissimi nomi di compositori verso i quali esprimeva i propri giudizi. Anche qui c'erano i "B" e i "C". Bach era divertente, ma non un grande genio, Beethoven non certo infallibile, Gounod (che era vivo però) un mistero, Liszt (vivo) esteriore, Verdi (sempre vivo) peccato la sua banalità (ma aveva talento). Per non parlare dell'angoscioso Wagner (ma citato nel lavoro di propria creazione). E Brahms (simpatico uomo sì, ma pedante).
Naturalmente per il Russo c'era il Dio-Gesù in terra musicale: Mozart e-a distanza-Bizet, Dvorak, Grieg...

Così, oggi almeno, sempre più una rarità trovare il recensore, il critico, il giornalista "super partes", che pure la storia della professione ha avuto nel passato e di cui in altre occasioni abbiam detto.
E del resto io non mi capàcito di vedere che nella raccolta di articoli del decennio mutiano a Firenze, tutti, dico tutti, fossero sempre d'accordo a lodare: Pinzauti, Bonami, Courir, Pestelli, Mila, Mandelli, De Angelis, Arruga, Bruni, De' Rossi, Vigolo, D'Amico, Celli, Minardi, Canessa, Isotta, Rossi, Spini, Cavallotti, Messinis, Nicolodi, Zurletti, Costa, Buscaroli, Ivancich, Montanaro...
Vuoi vedere che lo Maesschtre era (ed è) proprio 'nu Maessctre?

www.youtube.com/watch

*Ferruccio Tammaro, Čajkovskij. Il musicista, le sinfonie, Milano, Mursia, 2008
*Riccardo Muti al Teatro Comunale di Firenze – 1968-1982, Edizioni ETS, 2009.

Date Sep 6, 2019