“Carmen”. Una recensione. Lezione (?) ai “critici” (di oggi).

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Il mondo è bello perché vario. E la varietà non si trova solo nell’individualità propria, di quella persona lì, ma-ovviamente-anche nel tempo, nello stile del tempo. Esattamente come nel modo di cantare, tanto che-malgrado i fanatici dei padelloni a 78 giri e dei cilindri Edison così amati dagli ineffabili affabulatori di certi luoghi on line (non limitati)-è insensato reclamare nel 2019 una vocalità alla Ermelinda Fricchettona, celebre soprano a cavallo tra Ottocento e Novecento, portentosa interprete della tal opera coeva.

La varietà poi è data anche dalle capacità intrinseche del soggetto che realizza, possono essere queste speciali, generiche o pessime, comunque al di là del calendario secolare.
Si sarebbe pertanto indotti a credere che-è l’oggetto del presente post-la critica come noi la leggiamo oggi, ventesimo-ventunesimo secolo, sia la migliore, la più dotta sebbene ed invece sia più semplicemente solo quella a noi più prossima. La mazurka della nonna però potrebbe dischiudere sorprese ed incantare o persino insegnarci o farci abbassare un po’ le pretenziosità diffuse di chi odiernamente lavora nel settore.

Mai letto le recensioni e critiche togatissime, quelle da analisi di laboratorio, dove si sminuzza la singola nota con tutte le alterazioni, per non parlare dei commenti alla partitura e alla sua realizzazione scenica, trovando bellezze (o bruttezze, che è lo stesso) ignote al compositore medesimo e al regista di turno? Ma il critico spesso ha pur da campare.
Così l’invito che rivolgo è di prendere alle proprie spalle una “bella” recensione doc dei decorsi giorni (l’altro ieri), di quelle molto tecniche possibilmente, su una ripresa di un capolavoro della letteratura operistica e confrontarla con una di valore, dovuta a chi era il top o quasi ai suoi tempi, divertendosi ad osservare come molto, ma molto alla buona, quel censore non liquidava bensì lodava la rappresentazione di cui si occupava.
Non all’età del Monteverdi, ma-nell’esempio preso-del Bizet, quello della “Carmen”.

Chi scrive sotto è Amintore Galli [*] non il proto-critico della stirpe, anzi un poco più innanzi nel nòvero di coloro che si occuparono ed occupano con diversa capacità beninteso, dell’analisi e della cronaca di spettacolo musicale (in Italia).
Si noti come l’Autore tiri dritto, non usi tecnicismi (scrivendo nella fonte indicata sotto la citazione) ed insomma si rivolga per essere compreso e non “incompreso”. Del resto se oggi qualcuno volesse scrivere i propri (dotti?) articoli sulla (si fa per dire) “Sovetskaya muzika” non lo fa e semplicemente non solo perché la testata non esiste più, ma di più perché non sa dove sbattere il pezzo (e la testa) suo (e sua).
La lettura del brano e una riflessione viene lasciata al colto lettore.

[*] it.wikipedia.org/wiki/Amintore_Galli

>>>La esecuzione e la interpretazione della “Carmen”, al Dal Verme (4 novembre), si elevò ad un grado di valore artistico non comune. Il maestro E. Usiglio — il compositore dalla vena facile e popolare — ha sviscerato con singolare intuizione estetica il lavoro soprammirabile della "partizione" del Bizet, e ne ha posto in evidenza i pregi. Egli ha saputo comunicare il suo entusiasmo per quest’opera a tutti gli esecutori, e questi gli corrisposero col più vivo ardore artistico. Il personaggio protagonistico ebbe ad interprete la signora Stella Bonheur, la quale — studiato il tipo di Carmen nelle pagine del Mérimée — ci porse novella prova di quanto possa il talento di questa esimia attrice di canto. Ella fu una Carmen stupenda. L’ "Avanese", la "Seguidilla", la "melodia": -Lassù, lassù sulla montagna- e specialmente le sue frasi nel "duetto finale" e la scena della morte, non crediamo possano essere animati da un più giusto sentimento d’arte.

Né meno calda è la nostra ammirazione pel tenore signor Mozzi: un Don José ideale. Egli ha voce potente, canta coll’anima, ha la persona, il gesto, la fisionomia che sulla scena possono i miracoli di un Rossi, di un Salvini. Nella scena finale il Mozzi fu grande. Micaela, la dolce amica di Don José, ha trovato nella signora Buglione Di Monale una interprete incomparabile, sia per la splendidezza dell’organo vocale, sia per l’eccellente metodo di canto. Queste qualità sono parimenti possedute dal baritono Bertolasi, e seppe farle valere nella parte di Escamillo.

Nella “Carmen” vi sono due bei tipi di contrabbandiere: Frasquita e Mercedes, ed anche questi ebbero degni interpreti nelle signore Tancioni e Borghi. I signori Segato, Azzalini e Mazza, interpretarono i personaggi del Remendado, del Dancairo e di Zuniga inappuntabilmente, e concorsero a porre in risalto vari pezzi capitali dell’opera. I cori e l’orchestra, nonché le cure del maestro Hazon che coadiuvò l’Usiglio nella concertazione dell’opera, contribuirono al successo entusiastico sortito sulle scene del Dal Verme dalla creazione del Bizet. Senza una cosi bella esecuzione il pubblico difficilmente avrebbe potuto esclamare, uscendo dal teatro: «La “Carmen” è un capolavoro che segna una nuova manifestazione e un nuovo progresso nella storia della musica».<<<

Le parole tra virgolette (" ") sono nell’originale stampate in corsivo.
(in “Il teatro illustrato”, numero di saggio, 16 dicembre 1880)

Date Sep 25, 2019