La musica è russa? E la cotoletta milanese?

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"Quando ero piccolino" un giorno da “Ricordi”-il negozio di Milano a due passi dalla Scala-acquistai un vinile con il “Capriccio italiano” di Čajkovskij diretto da Svetlanov (orchestra dell’URSS di allora). Un maturo signore dall’accento marcatamente partenopeo commentò prontamente [leggere con lo stesso accento à la Muti]: “Ah… Proprio l’altra sera asch-koltàvo ‘o Capriccio italiano… Bell’assaje. Però quello diretto da Bèrnè-stàin… Ma anche chìsto vale: se non altro il direttore è russo!”.

Appartengo in verità alla generazione di musicofili per i quali tutte indistintamente le musiche russe (ed estesamente slave, ma pure nordiche) hanno la loro maggior (e miglior) rappresentazione interpretativa per parte e fattura in loco. La qual cosa significa Šostakovič diretto da Mravinskij (una volta) o la “Chovanščina” fatto da Gergiev (“oggi”) etc etc.

Questa specie di monopolio interpretativo d’eccellenza non è un atteggiamento snobistico tuttavia, ma data effettivamente in bibliografia, da quando poi-storicamente-la musica russa, come la sua grande cultura letteraria ed artistica in genere, è sempre stata intesa provenire da un paese “lontano”, diviso tra due mondi, l’Occidente e l’Oriente, e l’aquila bifronte zarista ne era in qualche modo la sua rappresentazione simbolica. Ciò che è lontano è misterioso, sconosciuto e conseguentemente chi meglio dei nativi può capire e spiegare?
Il fatto non può essere sbrigativamente liquidato, se si pensa a tutto quanto sottostà alla questione nazionalistica della musica russa nell’Ottocento e a ciò che ne seguì pure dopo.

Anche se siamo nel XXI secolo, il Muro di Berlino è caduto da un pezzo, la Storia e la Cultura hanno avuto i loro logici adeguamenti, piccoli o meno, le frontiere sono cadute o mutate, restano delle verità e condizioni (e condizionamenti) tali che le parole di Stravinskij (sempre anch’esso bifronte!) seppur datate 1939-40 [*] sono valide:

>>>Perché sentiamo parlar sempre della musica russa, in quanto russa, e non in quanto musica senz’altro? Perché si dà importanza al pittoresco, ai ritmi rari, alle sonorità dell’orchestra, all’orientalismo, in una parola al color locale; perché ci si interessa a tutto ciò che fa parte della decorazione russa o indebitamente ritenuta tale: troika, vodka, isba, balalaika, pope, boiardo, samovar, nitchevo, e anche bolscevismo…<<<

In fondo per gli “stranieri” e senza spingersi al Giappone-pure odiernamente-l’Italia non significa puntualmente (un po’ almeno) pizza, spaghetti (pomodoro e basilico), mandolino, gondola, ‘o Maessschtre, la lirica e ‘o sole mio?
E del resto il malovelo Cui non si esprimeva così riguardo ad Anton Grigor’evič (maestro di Čajkovskij)? «Sarebbe un grave errore considerare Rubinštejn un compositore russo. È semplicemente un russo che compone ».

Vieppiù la musica si confronta e realizza con il Mondo e il Tempo, il suo tempo, i suoi luoghi, le proprie genti. Dunque appare abbastanza naturale ed ovvio che-in senso non marginale-la musica, pure nella propria universalità, abbia connotazioni tipiche, circoscritte quando non ambientali.
Se dunque gli interpreti russi sono i migliori servitori dei compositori di laggiù, diremo che il miglior Verdi sia quello di Toscanini, di Muti o di Abbado? Il Professor Isotta chioserebbe Gino Marinuzzi, beninteso.
E sempre lui indicherebbe per il repertorio francese Georges Prêtre avvertendo che

>>>chi non ha ascoltato il dittico de “L’enfant et les sortilèges” e “L’heure espagnole” sotto la sua direzione ha perduto per sempre un’insuperabile lezione di analisi timbrica congiunta a senso del teatro. E chi non ha ascoltato il suo addio al teatro musicale, quel “Pelléas et Mélisande” all’Opéra Comique così asciutto e severo, così fasciato di mistero, ha perduto una delle esecuzioni rivelatrici del capolavoro di Debussy…<<<

A margine mi sovvengo di Prêtre definito una volta in sede giornalistica “specialista” di Puccini, al quale il famoso direttore “cambronniamente” fece eco a significare che ciò non era. Del resto per il compositore toscano, secondo un incallito commentatore televisivo locale, un altro nome di direttore nativo in provincia di Lucca, sarebbe il superbo perito dell’autore di “Bohème”…
E a questo punto-è facile gioco-dovremmo pensare che Karajan, nato nella stessa città di Mozart, sia la pietra del paragone per il Salisburghese e così via a piacer vostro.

Ma se è reale quell’affinità, quella specialità alla nascita di cui si è detto in apertura, la diffusione dei mezzi di riproduzione sonora e il mare magnum del Web, consentono di provare che questa regola (se tale è) non sia così ferrea evidentemente. La prova sta in quei direttori incontestabilmente maestri dell’interpretazione come lo yankee Lenny di cui si è celebrato il centenario della nascita lo scorso anno, in grado di donarci il più vero Mahler e Beethoven contemporaneamente all’americanissimo Copland ed Ives.

Dopotutto l’insalata russa non è veramente tale (francese, ma forse italiana; i Medici han lasciato davvero il segno) e la cotoletta non milanese ma (forse) asburgica (o francese, via Maria Luigia, duchessa austriaca di Parma e moglie di Napoleone).
Buon appetito ad ogni modo.

[*] in "Poetica della musica"

Date Oct 17, 2019