Una memorabile prima volta per chiudere la Stagione

Il quinto lavoro firmato Hofmannsthal – Strauss finalmente esordisce alla Scala

Details

Created by Dejan Bozovic · Review

Die ägyptische Helena non è, certo, una perla immacolata nella collezione delle preziosità procreate dalla formidabile coppia Hugo von Hofmannsthal – Richard Strauss, ma va premesso che possiede una luminosità tutta sua, irradiata da alcuni punti luce sublimi, sufficienti, nella loro genialità, da distogliere il pensiero dalle imperfezioni focalizzandolo sulla complessa intensità delle opulenti squisitezze. E per associazione diretta, aggiungiamo immediatamente che qualsivoglia appunto indirizzato alla nuova produzione del Teatro alla Scala sbiadisce, si dissipa quasi del tutto, di fronte alla rilevanza del progetto, del resto complessivamente molto bene riuscito, cui dobbiamo la prima rappresentazione di questo capolavoro mancato nel tempio lirico milanese, in Italia preceduta solo dall'edizione del Teatro di Cagliari avvenuta nel 2001.
Nonostante da più di tre millenni venga identificata quale causa dell'epica guerra popolata dagli dei ed eroi innumerevoli, coinvolti in altrettanti prodigi e intrecci erotici (nel senso antico e pure quello moderno del termine) più o meno gloriosi, Helena (in greco antico Helene, in quello moderno Eleni) si trova, sì, nell'ipocentro narrativo di una mitologia inscindibile da quello che si è soliti definire la cultura occidentale, ma lei, una poco elaborata eminenza grigia piuttosto che la vera protagonista, di attributi mitologici personalmente possiede solo la sua imparagonabile, antonomastica, emblematica, ossessivamente desiderata, invidiata e da molti maledetta bellezza. Magari non è poco, però fondamentalmente, la sua vicenda somiglia maggiormente alla sostanza di un romanzo, raccontato in varie occasioni e versioni, sfruttato come base di qualche tragedia e poesia, immancabilmente sfociato in un happy end che la vede moglie anziana di un vetusto Menelao.
Un mito non propone le Grande Risposta né si tende ad annunciare la Verità, esso contiene situazioni, dinamiche e personaggi archetipici, aiutandoci così a muoverci nella realtà in assenza, appunto, di indicazioni definitive ed assolute, a comprenderla meglio navigando attraverso i sistemi partoriti dalla fantasiosa, istintiva, intuitiva ed empirica elaborazione, sovrapposizione, compenetrazione dei fatti effettivi ed immaginari. E, la guerra di Troia messa a parte, cosa possa esservi di archetipico, di universale e facilmente riconoscibile nella, tutto sommato, alquanto banale storia di Elena, fatta di innamoramenti, tradimenti, perdoni e riconciliazioni? A modo suo – ispirato ad Omero, Euripide e Stesicoro e, soprattutto, plasmato dal primo dopoguerra che ha portato l'occidente ancora incredulo degli orrori e della ferocia di cui è stato capace al baratro non solo economico bensì etico – Hofmannsthal risponde evidenziandovi una chiara analogia con il matrimonio borghese, nel bene e nel male, con scoppiettante ironia e astratta malinconia, con lieve avversione e benevola empatia. Strauss, al contrario, vittima egli stesso delle fatali capacità seduttive della sua eroina, si lascia trasportare dalla propria passionalità affrontando l'operazione con zelante grandiosità e serietà, creando quindi (intenzionalmente?) non poca dicotomia tra il volere del poeta e librettista e le proprie imposizioni.
Tra queste ultime, le più rigorose, esigenti ed impegnative riguardano la totalità del materiale musicale. Per fortuna, a nessuno dei coinvolti in questa dimensione dello spettacolo che ha chiuso il cartellone scaligero, mancano le virtù indispensabili per affrontare con autorevole e mirabile dignità, seppure non sempre né sotto ogni aspetto in maniera assolutamente impeccabile, la partitura. Sul podio, Franz Welser-Möst sovrintende con massima concentrazione e precisione infallibile l'intero congegno, coordinando alla perfezione il golfo mistico e il palcoscenico, affermandosi un saldissimo punto di riferimento per tutti. Trascina l'orchestra, in forma invero smagliante, ad un'esecuzione magistralmente poderosa, ampia, colorita e pulita, pregna di energia e di eccitamento vibrante. Quello che manca, invece, è una vena di sensibilità più fine e sinuosa, incisa da sprazzi d'incanto, di vaghezza onirica e d'inganno fiabesco, di sfumature languide e di chiaroscuri, le sottigliezze, insomma, abbondantemente suggerite sia dalla scrittura di Hofmannsthal sia quella straussiana.
Forse la lettura di Welser-Möst è almeno parzialmente determinata dalle qualità vocali dei due protagonisti. Apparentemente, nessuna profusione dei frangenti tecnici possa spaventare Ricarda Merbeth, la quale letteralmente scioglie ogni, anche la più aspra difficoltà con ammirevole disinvoltura, spaziando con equa incisività e abilità tra tutte le tessiture e palesando uno strepitoso controllo nella zona acuti, perennemente solidi e cristallini. La voce possente di timbro gradevole si coniuga all'ottima preparazione tecnica e se Helena fosse un'affascinante guerriera teutonica non ci sarebbe nulla da ridire sulla prestazione del soprano tedesco che, va detto, non riesce ad evocare compiutamente il calore amoreggiante, l'abilità quasi stregonesca nella persuasione né la malia irresistibile di una seduttrice paradigmatica. Un milite regale ed imponente che nulla teme e arditamente supera tutte le prove terribili e spaventose cui lo espone la ben nota malizia nel confronto dei tenori di Richard Strauss è indubbiamente il Menelas di Andreas Scharger, per certi versi il vero eroe della serata, un autentico Heldentenor, di voce stentorea e squillante, non bellissima, tuttavia accattivante e duttile. Certo, il suo immutabile fare intrepido compromette la credibilità nei momenti di incertezze, allucinazioni e smarrimenti, ma la smagliante emissione e la coscienza totale concernente tutti gli aspetti dell'interpretazione vocale (se non di quella scenica) gli valgono le meritate ovazioni alla chiusura della rappresentazione del 23 novembre, cui si riferiscono queste riflessioni.
Quel quid di grazia seducente, di malizia adorabilmente femminea, di civetteria e furbizia non riscontrati in imperiosa e sarcastica Helena della Merbeth, troviamo nella deliziosa Aithra di Eva Mei. Inizialmente, la voce è un po' timida, però non ci vuole molto prima che il soprano toscano ne prenda il pieno controllo. Evidentemente, la lunga carriera c'ha lasciato qualche segno e, in fondo, il repertorio straussiano non è mai stato il cavallo di battaglia della Mei ma, complessivamente parlando, sfidata da passaggi di ragguardevoli complessità inappuntabilmente superati, la sua è una interpretazione deliziosa e dilettevole, che si fa sentire nonostante la veemenza orchestrale scatenata dal maestro.
La vera stanchezza si ravvisa nel pur sempre apprezzabile contributo di Thomas Hampson, un Altair sovrastato dal figlio Da-ud, suggestivamente e sentitamente reso dal giovane Attilio Glaser. Lodevole Claudia Huckle come Die alles-wissende Muschel, brave anche Tajda Jovanovič, Valeria Girardello, Noemi Muschetti, Arianna Giuffridae Alessandra Visentin. Strepitoso, infine, il coro istruito da Bruno Casoni.
Il fortunato allestimento, da parte sua, suggerisce che l'ambientazione coeva all'esordio dell'opera nel 1928 sia semplicemente inevitabile. Il regista Sven-Eric Bechtolf opportunamente imposta un dramma, o meglio dire una commedia coniugale borghese, trovando, specie nel primo atto, le soluzioni tanto efficaci ed eloquenti quanto esteticamente valide, splendidamente assecondato dall'ingegnoso scenografo Julian Crouch, dall'estroso costumista Mark Bouman, dal light designer Fabrice Kebour e dal video designer Joshua Higgason. L'indole intrinsecamente complessa, poliedrica e contraddittoria di questo lavoro mette a durissima prova l'intera équipe creativa che si difende egregiamente ed è peccato che nel secondo atto le cose sporadicamente sfuggono al controllo di Bechtolf, generando dei momenti inutilmente caotici, superflui e ridondanti. Qualche approfondimento e rifinitura riguardanti l'atteggiamento scenico della Merbeth e di Schager avrebbero indiscutibilmente giovato alla dimensione teatrale dello spettacolo.
In ogni caso, alla fine dell'ultima rappresentazione della Stagione ormai trascorsa, il pubblico, numerosissimo nell'occasione, aplaude lungamente e con genuino calore, sugellando il successo di un'opera che come poche altre sfida la bravura e l'immaginazione degli interpreti e degli autori della messa in scena. Le pecche facilmente spariscono nell'obblio mentre rimangono in memoria questa Helena poco Afrodite e molto Mae West, fedele sostanzialmente a se stessa, e questo Menelas meno somigliante ad Ares che ad un reduce di guerra la cui mente non ne è uscita indenne e la cui testa non ornano solo i trofei marziali. Insieme agli latri personaggi, lasciano un segno per nulla indiferente anche dopo essersi dileguati nella dimensione surreale di un'ecentrica farsa coniugale - tragica solo per chi cerca di spezzarla intromettendosi – racchiusa in una intelligentemente allucinata trasmissione radiofonica, inventata forse solo per far passare una notte di solitudine ad una donna briosa ed acuta in attesa del marito infedele.

Date 2019