Vince il Calaf di Amadi Lagha, senza aspettare l'alba

Turandot – il primo atto dell'inaugurazione della Stagione del Teatro Verdi di Trieste

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Created by Dejan Bozovic · Review

Venne un principe franco-tunisino e conquistò la Turandot: non è l'inizio di una fiabba, piuttosto la fine, in un certo senso. E non si tratta della conquista del cuore della crudele principessa, questa volta il giovane nobile non ne aveva il tempo a sufficienza. Dopo le parole “Dormi, oblia, Liù, poesia” una voce – evidentemente, non quella di Toscanini, come successe alla prima assoluta scaligera nel 1926 – ha annunciato la fine della rappresentazione al punto in cui è morto il grande maestro Puccini. Quindi, molto opportunamente, non viene sciolto il mistero riguardante il destino dei due protagonisti, colpevoli, in fine dei conti, di molta sofferenza l'una e dell'egoistica indifferenza l'altro e forse non proprio meritevoli del consueto happy end. Il nostro Calaf, tuttavia, ha conquistato qualcosa di più, il capolavoro stesso nonché l'intero pubblico che ha gremito il Teatro Verdi di Trieste per la prima parte dell'apertura della Stagione lirica, poiché domenica 1 dicembre sarà di scena Aida come secondo atto inaugurale.
Amadi Lagha possiede due principali caratteristiche che lo predispongono ad essere un accattivante e pregevole interprete del misterioso principe: la voce potente e squillante di gradevole timbro e il perfetto controllo dell'emissione vocale, fortunatamente abbinato al buon gusto ed un physique du rôle. Il suo eloquio canoro è curato, compiuto, tersissimo, ornato da una dizione ammirevole, schivo di enfasi e gigionismo, fondamentalmente rispettoso nei confronti della partitura. Nessun attimo di affanno per il giovane tenore, entusiasticamente acclamato dopo l'aria (seppure, giustamente, la musica non si è fermata, creando così una sovrapposizione che conferiva all'evento un'aura di eccitamento ormai sempre più raro nei teatri lirici) e durante le chiamate al sipario finali.
Di statura imponente e di gesto imperioso, la Turandot di Kristina Kolar, purtroppo, non possiede queste caratteristiche anche nella dimensione vocale. I fiati sono lunghi, gli acuti precisi, ma la voce, né particolarmente voluminosa né veramente piccola, manca del tutto di qualità squillante, rimane perennemente indietro, non si espande, non cammina come si è soliti dire, risultando, invece, intubata, priva di armonici e di limpidezza. L'assenza del registro di petto, inoltre, non è congrua alle esigenze del ruolo, forse ancora non compiutamente assimilato dal giovane soprano che offre una prestazione meramente passabile.
Si aspettava di più da Desirée Rancatore, la cui Liù è tormentata da un esteso vibrato che non gioverebbe nemmeno ad un soprano prettamente drammatico. Si apprezzano soprattutto i pianissimo e i filati, mentre gli altri aspetti interpretativi, concernenti sia il versante canoro che l'immedesimazione con il personaggio, sembrano resi con una sensibilità più sforzata e impostata che genuina e spontanea.
Se la scena della morte di Liù riesce ciononostante a commuovere, è il merito del maestro Nikša Bareza, dell'Orchestra e Coro del “Verdi”, quest'ultimo affiancato dai membri del Coro dell'Odessa National Academic Theater of Opera and Ballet, il Teatro ucraino che ha collaborato con la Fondazione Lirica triestina nella realizzazione del nuovo allestimento, inserendovi anche il proprio corpo di ballo. La lettura del rinomato direttore croato non sarà magari eccezionalmente sofisticata e polita, nondimeno possiede un'energia trascinante, capace di delineare le sfumature della scrittura, di evocare le atmosfere sanguigne, livide ed asfissianti, di scatenare le marre di sonorità impetuose garantendo sempre la puntualità e buona coordinazione tra il golfo mistico, i solisti e le masse corali. L'orchestra lo segue diligentemente, offrendo il proprio meglio, il coro, istruito da Francesca Tosi, splende nel secondo e terzo atto, dopo un inizio che sarebbe maggiormente apprezzabile se fosse meno sguaiato e caricato.
Impeccabili le prestazioni del resto del cast che impreziosiscono davvero lo spettacolo. Vi sono in primis gli ispiratissimi Alberto Zanetti, Saverio Pugliese e Motoharu Takei (Ping, Pang e Pong), Max René Cosotti (l'imperatore Altoum), Andrea Comelli (Timur), Giuliano Pelizon (un mandarino), Anna Katarzyna Ir e Elena Boscarol (due ancelle) e Roberto Miani (il principe di Persia).
Per quanto riguarda l'allestimento, si distingue Paolo Vitale per il suo disegno luci, probabilmente l'unico elemento della messa in scena che effettivamente contribuisce, in misura possibile, alla creazione di una dimensione visiva suggestiva ed efficiente. Più pratiche che ispirate o esteticamente rilevanti sono le sue scene, mentre i costumi ideati per il Teatro di Odessa e ripresi da Giada Masi spaziano da quelli dei solisti ripresi da un piacevole vecchio assortimento del déjà vu agli improponibili stracci indossati dal coro (manco fossimo nel bel mezzo di un lavoro del minimalismo espressionista). Katja Ricciarelli e Davide Garattini Raimondi firmano la regia, e dovrebbe parlarne chi capisce in cosa essa nel caso concreto consiste, ovvero cosa farebbero i cantanti e il coro di diverso se fossero lasciati a se stessi.

Date 2019