Dalla Cina alle rive del Nilo: la grande muraglia musicale progettata a Trieste

Acclamatissimo il cast di Aida che insieme a Turandot ha inaugurato la Stagione lirica e di balletto del Teatro Verdi

Details

Created by Dejan Bozovic · Review

Non è la cosa consueta che nell'arco di tre giorni un teatro lirico si conceda – come ha fato ora il Teatro Verdi di Trieste - una doppia inaugurazione della Stagione, per di più con due opere quali Turandot e Aida. Forse, per simmetria o par condicio, sarebbe giusto iniziare le riflessioni su quest'ultima seguendo all'incirca la formula fiabesca (per nulla inappropriata, considerando che si tratti di un'altamente inverosimile vicenda pseudo faraonica) usata già per il favoloso capolavoro pucciniano: venne una principessa dalla lontana capitale russa e dominò il cast, pure esso, complessivamente, di apprezzabile decoro.
Vi è, però, un'importante dicotomia nelle impressioni generate dalla sfera musicale e da quella visiva (cui, parlando delle fiabe, andrebbe assegnato il ruolo della strega cattiva) di questo spettacolo, prodotto sempre in collaborazione con Odessa National Academic Theater of Opera and Ballet, il cui contributo comprende anche la partecipazione del coro e corpo di ballo. Per mettere in risalto il profilo migliore, quindi, cominciamo con la musica. Con Amneris di Anastasia Boldyreva, appunto, la testimone esemplare della immutata qualità del Conservatorio Čajkovskij. E' una cantante tanto giovane quanto artisticamente matura, capace di rapire l'ascoltatore, di dare il brivido del melodramma, ormai tanto agognato. La bravura tecnica, il calore e la pienezza di timbro, l'impassibile sicurezza in tutte le tessiture, il volume vocale, la presenza scenica: tutte le doti si sciolgono e amalgamano in una prestazione continuamente elettrizzante, che scatena le acclamazioni ferventi, indifferenti al discorso orchestrale che (meno male) non si è interrotto, dopo l'ultimo anatema gettato nella sua grande scena del quarto atto. Convincente nella seduzione quanto nell'ira, infatuata e fatalmente pericolosa, la Boldyreva esce vincitrice anche dalla tremenda sfida impostale dalla regia e scenografia (cui torneremo in seguito) che la vede cantare sul proscenio coperto da una specie di sughero morbido davanti ad una stropicciata, squallida tenda bianca che evoca unicamente la protezione usata dagli imbianchini, ben due volte, sia nella scena soprannominata sia nel duetto con Aida, il quale inoltre serba una chicca: la tenda è illuminata mentre le protagoniste sono nel penombra.
Un trucco bizzarro ed un unico abito dozzinale (va bene che sia una prigioniera, ma siamo nel cuore dell'immaginario melodrammatico) deturpano la bellezza di Svetlana Kasyan, un'Aida di tutto rispetto, se non del tutto impeccabile. La sua potente voce sfavilla nella zona acuti, mantiene la corposità e chiarezza nel registro di petto, però, malgrado una buona tecnica, a volte subisce l'interferenza di un non proprio lieve vibrato nella tessitura media e nelle note di passaggio, il che fa sembrare il flusso canoro tratteggiato, discontinuo. Il legato e la caratterizzazione psicologica non sono i punti forti della giovane Kasyan, però la sua resa è salda e abbastanza convincente, e certamente contribuisce in misura rilevante al fausto impatto musicale della serata.
Gianluca Terranova vanta da sempre un timbro di rara bellezza, arricchita dalla squisita musicalità e un'intelligenza artistica che gli aiuta a prevedere le titubanze, rimediandovi ai limiti del possibile. E va detto che questi attimi di insicurezza sono dovuti esclusivamente al fatto che il ruolo di Radames non calza all'indole intrinseca della sua vocalità, specie nei (profusi) accenti eroici del personaggio che mancano di implicita qualità squillante. Terranova se la cava con grande dignità comunque e in nessun momento manca di credibilità, ma il prezzo da pagare sono la difficoltà negli acuti (che in altri ruoli egli scioglie con grande disinvoltura) e importanti segni di stanchezza nel duetto sulle rive del Nilo, per fortuna di buon grado superati già nella scena dell'arresto.
Seppure non dotato di una voce tuonante o imperiosa, Andrea Borghini delinea un Amonasro incisivo, particolarmente espressivo grazie anche ad una spigliatezza scenica che amplifica l'effetto della sua sensibilità musicale e perizia nel cogliere le sfaccettature del personaggio. Eccelle Cristian Saitta nel ruolo di Ramfis, si distingue Rinako Hara come Sacerdotessa, puntuale Blagoj Nacoski (un messaggero), sotto tono Fulvio Valenti (il re).
Il maestro Fabrizio Maria Carminati dirige con gesto sicuro e fluido, scegliendo ponderatamente i tempi e rendendo giustizia alla partitura, senza cercare, tuttavia, di esaltarne esaurientemente tutti i particolari. Ottimamente preparato il coro dal maestro Francesca Tosi, l'orchestra si palesa in grande forma.
Tutto sommato, una Aida con i suoi pregi e qualche difetto, valida e apprezzabile, finché le considerazioni non vengano rivolte all'aspetto visivo. Certi commenti precedenti avranno fatto intuire e probabilmente capire che sarebbe stato preferibile ascoltarla in forma concertante che vederla allestita secondo l'estetica delle polverose oleografie di dubbio (per usare un eufemismo) gusto. C'è una significativa quantità di soluzioni ostiche sull'ogni versante, cominciando dalle scene di Paolo Vitale di cui si salva appena qualche dettaglio, ai costumi fatti per il Teatro di Odessa e ripresi da Giada Masi con un estro antiquato nonché fortemente operettistico e alle deprimenti coreografie di Morena Barcone. Vitale azzecca la illuminazione in vari passaggi, però fa altrettanto degli errori tecnici incomprensibili. Non sembra che i cantanti abbiano avuto alcuna guida per quanto riguarda i movimenti scenici, la gestualità e la mimica, le cose che dovrebbero entrare nelle competenze di Katia Ricciarelli e Davide Garattini Raimondi, poiché sono loro a firmare la regia.

Date 2019