Sussurra, strepita ed urla il violino di Alessandro Quarta nel tango di Piazzolla

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Created by Paola Cecchini · Review

‘Dove nasce il tango?’- mi chiedono talvolta.
Nasce attorno al 1880 nello spazio compreso fra le due città che fiancheggiano l’estuario del Rio de la Plata (Buenos Aires e Montevideo), nei poveri quartieri periferici chiamati ‘orillas’ o ‘arrabales’, abitati da emarginati, soldati che avevano combattuto nella Guerra de la Triple Alianza (Argentina, Brasile e Uruguay) contro il Paraguay (1864-70) ed immigrati europei, giuntivi in gran numero (nell’arco di 80 anni raggiungeranno nei due Paesi i 6 milioni di unità, di cui 3 soltanto dall’Italia).

Sto parlando dei quartieri di Corrales Viejos, Miserere, Bassa Belgrano e soprattutto La Boca, tanto che ‘uscire da La Boca’, significherà nel corso degli anni, ‘avercela fatta socialmente’.
Qui fiorisce il business del ‘prostibulo’ che diventa il principale luogo di socializzazione per tutti quegli uomini soli. Nei ‘prostibulos porteños’ detti ‘quilombos’, si rende necessario intrattenere i clienti con della musica presa in prestito dai piccoli ritrovi di svago popolare dove era nata ed era stata rifiutata dalla buona società che ancora coltivava (in totale contro-tendenza rispetto al resto del mondo) danze e quadriglie europee del secolo precedente.

Originate da un miscuglio di culture popolari e di generi musicali -tra cui la payada pampera, la habanera spagnola, il candomblé africano ed il waltzer europeo - le melodie del tango vengono improvvisate all’istante e, almeno all’inizio, non sono mai trascritte. Gli uomini le ballano tra loro, aspettando di intrattenersi con le prostitute.
Nei lupanari del porto dove diventano ‘poesia recitata e cantata’, i testi dei primi tanghi sono incentrati sul sesso. I titoli parlano chiaro: ‘El Queco’ (il bordello o la ‘danza di bordello’), ‘Dame la lata’ (dove si allude al pagamento della prestazione), ‘El choclo’, ‘El serrucho’, ‘La budinera’ (metafore degli organi sessuali), ‘Taquerita’ (prostituta di strada, il cui nome deriva dal rumore dei tacchi sul selciato), ‘El fierrazo’ (l’orgasmo) ...ed altri che non hanno bisogno di traduzione: 'Tocámelo que me gusta' (Prudencio Muñoz), 'El movimiento continuo' (Oscar Barabino), 'Tocame la Carolina' (Bernardino Terés) ecc...

Al pari dei titoli, dicevo, i testi sono pornografici ma cantati in ’lunfardo’, gergo usato inizialmente nelle carceri per non farsi comprendere dalle guardie (che lo comprendevano perfettamente). Si tratta di oltre 2000 italianismi la cui caratteristica principale è il 'vesre', ossia la pronuncia delle parole cambiando l’ordine delle sillabe: tango diventa gotta, viejo è jovie, cabeza è zabeca e così via.
Col tempo nascono testi intrisi di struggente malinconia e nostalgia (‘dolore dolce’, lo chiamano gli argentini) per la terra lontana, la famiglia persa, gli amori generalmente infelici, spesso per colpa di donne inaffidabili. Pian piano il tango entra nei café, nelle accademie (dove inizialmente si incontrava e ballava la collettività nera), poi nelle ‘fiestas de Carnaval’ ed infine nei teatri di Buenos Aires dove fioriscono le commedie popolari con numeri di canto e ballo.

La rivoluzione porta il nome di Astor Piazzolla, in assoluto il più 'talentoso' tra tutti gli autori, ricercatore instancabile delle possibilità di questa musica dove vi profonde jazz, musica classica e polifonia. E’ una musica, la sua, che si può suonare con qualsiasi strumento (anche l’organo Hammond, il flauto, la marimba, il basso elettrico, la batteria, le percussioni e la chitarra elettrica), persino senza bandonéon, suo strumento per eccellenza, chiamato in spagnolo 'fuelle' (che in italiano significa 'mantice', mentre in lunfado 'polmone').
Lo etichettano come ‘asesino' ('tutto si tocca tranne il tango!') e in pratica lo costringono all’esilio fuori dal Paese.
Nato a Mar del Plata (1921) ma di origini italiane (padre di Trani e madre di Massa Sassorosso in provincia di Lucca), spende tutta la vita ad ‘innalzare’ il tango al livello della musica classica. E ci riesce, almeno in Europa.
‘In Argentina la discriminazione esiste ancora -mi disse qualche anno fa il pianista Hugo Aisemberg, fondatore e direttore artistico a Ferrara del Centro ‘Astor Piazzolla’ di cui era presidente onorario Laura Escalada, moglie del Compositore - perché le associazioni musicali sono gestite dalla classe più agiata della popolazione che ancora conserva un giudizio discriminante su questo genere musicale, probabilmente per le sue origini. Pensi che nei conservatori statali, il bandoneón ancora non si insegna!’

E ora, conoscendo tutto ciò…
chiudiamo gli occhi e lasciamoci trasportare dalle note di alcune delle canzoni più famose di Piazzolla (Río Sena, Chau Paris, Adiós Nonino, Oblivion, Years of solitude, La muerte del ángel, Jeanne y Paul, Fracanapa, Libertango) attraverso il violino di Alessandro Quarta che nelle composizioni dell’Argentino coglie tutte le emozioni che fanno parte dell’uomo comune: ‘gioia, tristezza, difficoltà della vita di andare avanti e di amare, di non essere amato ma soprattutto le due che per me sono le più importanti, la sessualità e la sensualità, anche se molto spesso ci dimentichiamo che sono loro due a rendere un uomo quello che è. In Astor si racchiudono tutte queste emozioni che il più delle volte si riscontrano nei grandi compositori del passato ma mai tutte insieme’ (ad Astor ha dedicato nel 2019 un prezioso tributo, primo disco al mondo con sonorità jazz registrato in 3D in Germania, candidato al Grammy Awards).

Si rimane incollati sulla sedia. Il cuore batte forte. Il violino di Alessandro sussurra, parla, stride, poi strepita ed infine urla.
Gli arrangiamenti sono raffinati, il ritmo è elettrizzante.
Fortissimo è l’impatto musicale, oltre a quello Interpretativo. Il suono è sensuale e Alessandro ci gioca lungamente. L’effetto è magnetico. E’ esplosivo.
Mi sta venendo la pelle d’oca nel ricordarlo, anche ora che sto scrivendo sola, davanti al computer.
‘Nel suono ognuno rivela il suo carattere nascosto’- diceva il violinista russo David Fëdorovič Ojstrach (1908-1974).

Il palco sembra più piccolo quando vi suona Alessandro che è molto alto ed imponente sulla scena. Qualcuno lo ritiene eccentrico: scarpe da ginnastica, maglietta con maniche corte, jeans morbidi, catene al collo, anelli ai lobi e alle dita. Due particolarissimi bracciali in pelle completano il tutto.
‘Ho svestito il violino del frac per impreziosirlo di emozioni, arte, cultura e innovazione’- ha detto recentemente alla stampa il musicista, conosciuto ormai come ‘l’altra faccia del violino’ o per così dire ‘il più classico dei violinisti rock, il più rock dei violinisti classici’ (nel tempo libero ascolta e suona il funky al basso).
Acclamato dalla CNN nel 2013 come ‘Musical Genius’ e premiato nel 2018 a Montecitorio come ‘Miglior Eccellenza Italiana nel Mondo’ per la musica, Alessandro è altresì compositore: sua è, tra l'altro, ‘Dorian Gray’ che ha suonato accompagnando Roberto Bolle in tour e durante la sua esperienza televisiva ‘Danza con me’ a Capodanno 2019. Mai visti due uomini così (apparentemente) diversi sullo stesso palco!

Salentino, classe 1976, spazia con disinvoltura dal jazz al blues, dal soul al pop ma non disdegna mai la musica classica perché classica è la sua formazione : diplomatosi al Conservatorio ‘Tito Schipa’ di Lecce (oltre che all’Università Americana del Jazz ‘Berkley Lee College of Music’), dal 2005 al 2008 è stato seconda e prima spalla dell'orchestra ‘Symphonica Toscanini’ diretta da Lorin Maazel, esibendosi in alcuni dei teatri più quotati al mondo, tra Europa, Cina, America, Giappone e Medio Oriente).

Nel concerto di domenica 12 gennaio presso il Teatro ‘La Fenice’ di Senigallia, sarà accompagnato da Artem Strings Quintet (Federico Micheli e Andrea Cortesi ai violini, Lorenzo Rundo alla viola, Giancarlo Giannangeli al violoncello e Graziano Brufani al contrabbasso) in un programma che spazia dalle pagine più belle e famose del barocco (‘L’Estate’ e ‘L’Inverno’ da ‘Il Cimento dell’Armonia e dell’Inventione’ di Antonio Vivaldi, il famoso Prete Rosso, come veniva chiamato per il colore dei capelli), alle brillanti e virtuosistiche trascrizioni dalla celebre ‘Carmen’ di Bizet ad opera di Pablo de Sarasate, fino ad arrivare ai brani del Maestro argentino.
Sarà un concerto memorabile, da non perdere.
Come lo so?
Ho assistito una ventina di giorni fa, a Pesaro, ad altro concerto con lo stesso programma.
So quel che dico.
Vi aspettiamo!

Date Jan 8, 2020