Trio Chagall: la sorprendente maturità dei ventenni

Inizia egregiamente la Stagione dell'Associazione Chamber Music di Trieste, ospitata al Teatro Miela

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Created by Dejan Bozovic · Review

Che tre strumentisti ventenni suonino insieme da sette anni (quindi dall'età in cui appena si avvicinavano alle soglie della primissima adolescenza), raggiungendo prestissimo un sorprendente livello di intesa, di empatia e di compiutezza interpretative è un fatto più unico che raro, riconosciuto anche da una marea di Primi Premi assoluti ai vari Concorsi internazionali, alcuni conseguiti già nel 2016. Sia dal punto di vista tecnico che espressivo, il Trio Chagall - fondato nel 2013 da Edoardo Grieco (violino), Francesco Massimino (violoncello) e Lorenzo Vinh Nguyen Ba (pianoforte) al Conservatorio “G. Verdi” di Torino - non risulta assolutamente un insieme degli ex wunderkind né delle giovani promesse, ma un ensemble di musicisti maturi, capaci di relazionarsi intimamente con la partitura, a prescindere di quali autore ed epoca si trattasse.
Vincitori nel 2019 del Secondo Premio (il Primo non è stato assegnato) al Concorso “Premio Trio di Trieste” promosso dalla Chamber Music, hanno inaugurato la Stagione di questa prestigiosa Associazione del capoluogo giuliano entusiasmando genuinamente il pubblico e la critica, tanto con la bravura quanto con la versatilità nell'affrontare cinque compositori di Paesi, periodi e stilemi completamente diversi.
La sorpresa, per chi non avesse sentito precedentemente il gruppo, arriva già con una squisitamente forbita ed approfondita lettura del Trio in do maggiore Hob.XV:27 di Haydn, distinta non solo dalla comprensione esauriente di tutta l'eleganza dell'ingegnoso linguaggio haydniano, bensì da una precisa ed accurata immersione nella sua effettiva sostanza, ideale ed emotiva. Incastonato tra i scintillanti e avvincenti Allegro e Finale, l'Andante generosamente rivela l'ammirevole abilità comunicativa della formazione nonché una preziosa capacità di addensare sino alla commozione le atmosfere ed i sentimenti, senza sdolcinature di facile presa, inopportune e superflue. Seppure il Trio in re maggiore op.70 n.1, nominato “Spettri” da Czerny, sia l'unico pezzo della serata che sporadicamente e in maniera abbastanza lieve palesa la giovanissima età degli interpreti, lasciando giustamente spazio agli ulteriori perfezionamenti e alle rifiniture nell'interazione con il pensiero di Beethoven, l'esecuzione possiede un'esemplare energia, chiarezza, solidità architettonica e sensibilità culminata nel bellissimo Largo.
E parlando di sensibilità, va subito detto che il ricordo di ogni titubanza riguardante la composizione beethoveniana semplicemente svanisce davanti ad una, per molti versi strabiliante esegesi del Trio in mi minore op.67 di Shostakovich. Nonostante la difficoltà di questo immane capolavoro, ancor più che la pur pregevolissima perfezione tecnica, colpisce il grado dell'immedesimazione intrinseca con il testo e con le circostanze in cui è scritto nel 1944, soprattutto con la straziante sofferenza riversata nel pentagramma in maniera sì sublime ed estrapolata dal Trio Chagall con superlativa delicatezza, arguzia artistica e trascinante suggestività. Ci passa qualche secondo dopo le ultime battute prima che la platea del Teatro Miela si abbandoni alle vigorose acclamazioni, invitando cordialmente i musicisti a regalare qualche fuori programma.
Loro, certamente, non si risparmiano, proponendo due bis su cui sarebbe possibile scrivere un secondo articolo, poiché dopo le pagine del genio russo non era facile aggiungere un altro discorso musicale mantenendo l'impatto, eppure i Chagall si immergono con grazia e disinvoltura nel mondo di Ravel proponendo un luminoso e stilisticamente pulitissimo movimento dal Trio in la minore, per passare poi, rispondendo sempre al calore del pubblico, con medesima efficacia e persuasiva al Trio n.2 op.80 di Schumann.

Date 2020