Sanremo. Ancora (?). La stessa musica (?).

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Non mi interessa Sanremo, pur essendo nato un po’ dopo la sua nascita ed avendolo seguito come tutti a febbraio d’ogni anno, registrando col “Gelosino” dall’altoparlante della TV le canzonette, cantandole con i compagni di giochi attraverso i libriccini delle Messaggerie musicali, discutendone con gli amici, addirittura il prof di educazione musicale ce le proponeva alle medie inferiori per canto corale nelle lezioni di educazione musicale (il fine giustifica i mezzi).

Da quello che i giornali han riportato persino in anteprina (“La Stampa”) sembra che Rita Pavone, una vecchia gloria, fosse “la mejo” alle prove (poi non so), ma le vecchie glorie tali restano e lo hanno già dimostrato tanto spesso (avete sentito che voce splendida possiede l’ Orietta ancora oggi nelle sue presenze di fine 2019?).

Ogni nuovo Festival del resto, era un po’ (poco) più del precedente, ma molto uguale dopotutto: solo nel lungo tempo si può far distinzione, quando cambia un’epoca quasi.

Ma Sanremo ha in origine un legame non piccolo con la Lirica , quella con la maiuscola: strano ma verissimo. Intanto perché se la «piccola Lirica» un tempo era un termine assegnato alla forma dell’operetta, è altrettanto vero che la canzone di musica leggera (italiana in particolare), la «canzonetta» era di fatto ai suoi tempi, la Lirica in formato «ristretto». Proust docet. Lo testimonia la clip di 23 minuti sotto indicata, che raccoglie gli «incipit», i ritornelli, le «frasi memorabili» delle canzoni vincitrici dalla prima alla ventiduesima edizione (1951-1972).

Le melodie sono… davvero melodiche (e qui si aprirebbe un discorso molto ampio e serio sul ruolo che questo elemento costituzionale della musica in generale possiede pur con i non pochi «distinguo» o riserve avvenute nel Novecento in sede compositiva e musicologica).
Le voci poi, i cantanti, derivano pari pari da quelli «grandi» della sorella maggiore: bastino ed avanzino gli esempi di Villa, Gallo, Modugno, Pizzi, Tajoli, Zanicchi, ognuno nel proprio carattere vocale.

Anche se la galleria si arresta al 1972 (non del tutto casualmente) il viaggio dei primi quasi vent’anni della Rassegna dimostra quanto siano cambiati non solo i gusti del pubblico, ma ovviamente la stessa società: lo si vede nei soggetti dei motivi, nei testi, nell’atteggiamento degli interpreti.
Quello che era una caratteristica durata sino a che è durata, della riconoscibilità, della memorizzazione immediata, dell’imprimersi nella mente, è andata perduta e con il trascorrere del tempo le canzoni sono diventate non tanto tutte uguali, ma piuttosto irriconoscibili, non riproducibili e soprattutto effimere.
Il che-quello della caducità-è un difetto per l’arte della musica.
Provate a chiedere a qualcuno se si ricorda come fa un brano del «Festival» da dopo il 1980 o giù di lì e vedrete che «vuoti di memoria»… Musica usa e getta.
Ribadiamo-a scanso di fraintendimenti-che il racconto del supporto video-audio è limitato (troppo lungo procedere oltre), ma altrettanto confermiamo che una cesura avvenne ad un preciso momento e si «perfezionò» nel trascorrere degli anni.

Così come quando si citano, accennando o fischiettando i grandi motivi da opere famose, le arie immortali (sia pure esse derivino da una creazione ben più ampia ed articolata, come è ovviamente un melodramma intero), «La pira», «La donna è mobile», «Casta diva», «Che gelida manina» eccetera all’infinito, manifestiamo che proprio la forza melodica ed una certa «semplicità» sia anche, sono vincitrici. Ecco che il legame tra grande Lirica e piccola Lirica emerge.
Nulla di nuovo che già non sia stato detto certamente, ma utile anche quando le polemiche di un noto cantante di musica leggera d’oggi come Gigi D’Alessio innescò nel 2017:

video.lastampa.it/importati/sanremo-gigi…

Il video: drive.google.com/file/d/0B_WfN49tM7W2dG9…

(da un preesistente articolo del 12 febbraio 2017)

Date Feb 5, 2020